Riducono il rischio idrogeologico, raccogliendo le acque durante le piene, diluendo inquinanti e rallentando il deflusso delle acque, riducendo il rischio di alluvioni. Sono “depuratori naturali”, in grado di creare condizioni favorevoli per la decomposizione microbica delle sostanze organiche; sono serbatoi di biodiversità essendo, a livello mondiale, gli habitat più importanti per la conservazione di piante e animali; ricoprono grande importanza per l’ittiocoltura o la molluschicoltura, e sono utilizzate per svariate attività tra cui il birdwatching. Stime svolte nel mondo sul valore economico delle zone umide ne quantificano il “capitale naturale” fino a 104.000 dollari/ettaro/anno per quelle interne. E’ quanto dichiara oggi il WWF in occasione della Giornata delle Zone Umide, che celebra la convenzione di Ramsar ratificata il 2 febbraio del 1971 in Iran da Governi e istituzioni scientifiche. Lo scopo fu sin d’allora tutelare le zone umide come ecosistemi chiave nell’equilibrio naturale e oggi l’associazione ambientalista presenta un report in cui si evidenzia la funzione insostituibile di queste zone “tampone” tra terra e mare.

“Le zone umide d’importanza internazionale riconosciute nel nostro Paese e inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar – si legge nel dossier “World Wetland Day 2017 le zone umide per la riduzione del rischio idrogeologico”- sono ad oggi 52, distribuite in 15 Regioni, per un totale di 58.356 ettari. Il WWF, grazie al Sistema delle Oasi, gestisce direttamente o in collaborazione con altri enti la rete di aree umide più diffuso in Italia: circa 50 aree, 10 delle quali sono Zone Umide d’importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar”, dal nome della città iraniana dove fu stipulata, nel lontano 1971, la convenzione”. E proprio per celebrare il World Wetland Day sabato 4 e domenica 5 febbraio le Oasi WWF che proteggono stagni e paludi saranno aperte gratuitamente al pubblico, con iniziative a supporto della scoperta delle zone umide e dei suoi abitanti.

Le minacce

In molti paesi europei si è registrata nel XX secolo una perdita di oltre il 50% della superficie originaria di zone umide. In Italia una recente indagine dell’ISPRA ha evidenziato come il 47,6% di questi ambienti sia in “cattivo” stato di conservazione, il 31,7 “inadeguato” e solo il 4,7% è in uno stato “favorevole”. Le cause sono da ricercare nello sviluppo urbano, nell’agricoltura intensiva, nell’inquinamento, nelle modificazioni del regime idrogeologico, nell’introduzione di specie invasive e nei cambiamenti climatici, che agiscono in sinergia e su scale diverse, causando effetti assai rilevanti sugli ecosistemi. Le conseguenze sono evidenti su animali e piante legate agli ambienti acquatici, in primis gli anfibi, seguiti dai pesci d’acqua dolce. In Italia il 10% degli anfibi (44 specie, un terzo delle quali endemiche) è minacciata e il 26% è vulnerabile.

Le 6 richieste del WWF

  1. Applicare correttamente e in modo integrato le direttive europee “Acque” (2000/60/CE), e “Habitat” (43/92/CEE) e “Uccelli” (2009/147/CE);
  2. Avviare una diffusa azione di rinaturazione volta al recupero delle zone umide, in particolare a quelle lungo i fiumi;
  3. Migliorare la conoscenza dello stato complessivo dei sistemi acquatici, per comprendere gli effetti degli impatti derivanti dalle attività umane e dai cambiamenti climatici;
  4. Promuovere Piani di adattamento ai cambiamenti climatici a livello di bacino idrografico volte a ridurre l‘impatto dei cambiamenti climatici sulle specie e gli habitat legati all‘ambiente acquatico;
  5. Bloccare il consumo del suolo lungo le aste fluviali;
  6. Procedere finalmente all’istituzione del Parco Nazionale del Delta del Po che, con oltre 300 specie di uccelli, 40 specie di mammiferi e 25 tra anfibi e rettili è una zona unica per biodiversità su scala europea, in particolare per l’avifauna, e rappresenta il più vasto complesso di zone umide d’Italia.