Il ministro Galletti ha firmato l’impegno per “olio sostenibile 100%” entro il 2020.

Roma, 8 giugno 2017 – Negli ultimi anni la filosofia dell’etichetta “senza olio di palma” è stata abbracciata e condivisa da un numero sempre maggiore di aziende alimentari. In Tv e su tutti i mezzi di comunicazione ci sono tutt’ora spot che pubblicizzano biscotti, spaghetti, torte e nutella “senza olio di palma”. Come secondo i sondaggi gradirebbero i consumatori e come raccomandano diversi studi medici.

Ma l’olio di palma, che contribuisce alla distruzione delle foreste, è cancerogeno oppure no?

Sulla vexata questio s’è pronunciata a maggio dell’anno scorso l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA): nel dossier si confermano i possibili rischi sulla salute dell’uomo connessi ad alcune sostanze potenzialmente cancerogene che si formano, durante la raffinazione degli oli a temperature sui 200°. Quanto alla deforestazione basterebbe citare il rapporto con il quale Greenpeace coinvolgeva la multinazionale P&G nella distruzione della foresta pluviale indonesiana.

Probabilmente anche su pressione dell’opportunità politica, il 5 di giugno scorso il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti ha firmato la “Dichiarazione di Amsterdam” che impegna Italia, Francia, Danimarca, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Gran Bretagna a promuovere l’impiego di olio di palma 100% sostenibile entro il 2020. Ma già c’è chi storce la bocca di fronte ad un termine alquanto imprecisabile (100% sostenibile). Almeno in Italia infatti, fra i marchi alimentari sollecitati anche dai rispettivi consumatori, si sono formati tre gruppi: quelli del “niente olio di palma, non lo usavamo prima e non lo useremo né oggi né domani”; poi ci sono “ i convertiti” quelli che hanno modificato formule e formulazioni per sottrarsi all’obbligo dell’etichetta e quelli che, “ senza olio di palma è un inganno” e continuano a farne ampio uso, sbeffeggiando l’etichettatura.

L’adesione dell’Italia alla Dichiarazione di Amsterdam ha soddisfatto gli altri Paesi aderenti e le più importanti Associazioni internazionali che raccolgono produttori, distributori, banche e finanziatori dell’ambito “Olio di palma a tavola: elemento indispensabile nella dieta di oltre tre miliardi e mezzo di persone”. Ed ora richiesto anche nelle produzioni innovative, come quelle energetiche.

Ma nelle Filippine, Malesia ed Indonesia la deforestazione e l’aumento della coltura della palma produce effetti negativi: sulle biodiversità, non più foreste naturali ma piantagioni; sulla popolazione locale che, depauperata di buona parte del suo habitat, si vede ridotta a forza lavoro con diritti minimi; sulla fauna locale che s’impoverisce ogni anno con la diminuzioni di esemplari, come la tigre malese.

Sarà sufficiente la Dichiarazione di Amsterdam a risolvere tutti i problemi?