Un altro disastro ambientale ai danni del mare, oltre all’alto costo di vite umane, ripropone il problema dell’inquinamento che deriva dagli incidenti alle navi petroliere e più in generale alle grandi navi La petroliera Sanchi, nel Mar Cinese Orientale, sta affondando con ben 136.000 tonnellate di petrolio che finiranno per impattare sull’ecosistema marino. Un altro incidente che si sarebbe potuto evitare se si investisse sulle fonti rinnovabili e ci fossero più controlli sul traffico marittimo.

Il carico del Sanchi era costituito da condensato leggero del petrolio, per cui meno denso del greggio, molto più volatile e allo stesso tempo più tossico, più difficile da rilevare perché è incolore e potenzialmente esplosivo e potrebbe causare una grande catastrofe ambientale. Secondo le simulazioni dei ricercatori del National Oceanography Center (NOC) la perdita impiegherà tre mesi a raggiungere le coste ma potrebbe bruciare, evaporare o mescolarsi nell’oceano superficiale e contaminare l’ambiente per una durata prolungata.

“Gli oceani rappresentano il 70% della superficie del nostro Pianeta, non possono essere delle semplici autostrade per trasporto petrolifero – dichiara Rosalba Giugni, Presidente dell’associazione Marevivo – perché sono una risorsa indispensabile per la vita umana. In Italia per fortuna possiamo contare su un servizio di intervento con navi antinquinamento da idrocarburi ma è fondamentale affrontare urgentemente il problema con azioni politiche mirate ed efficaci”.

NEL MEDITERRANEO DATI CONFORTANTI – Marevivo chiede che tutti i paesi si facciano carico di provvedimenti che affrontino il rischio connesso alla navigazione di carichi pericolosi e inquinanti: a partire dai paesi dei mari chiusi come il Mediterraneo, dove la tragedia dei giorni scorsi nel mar della Cina potrebbe avere conseguenze ancora più devastanti. In questi giorni Confitarma ha pubblicato nel proprio sito on line il confortante Report secondo cui negli ultimi dieci anni i sinistri navali nel Mediterraneo sono diminuiti nettamente (anche se i due più importanti, quello della Costa Concordia e della Norvegian hanno fatto aumentare il numero dei morti): significa che con oculate politiche di controllo alla navigazione e con una maggiore preparazione degli equipaggi il trend può migliorare.

“Ma non basta – dichiara Antonio Fulvi, delegato regionale toscano di Marevivo e direttore della Gazzetta Marittima di Livorno – considerato l’alto numero di navi con bandiere ombra che operano anche nel nostro mare (dai dati dell’Avvisatore Marittimo risulta che la prima bandiera come arrivi a Livorno è quella di Antigua!) occorre affrontare a livello di IMO e di SOLAS le regole internazionali, per una maggiore preparazione degli equipaggi, per controllare meglio gli stretti, compresi quelli tra Sardegna e Corsica e Calabria con Sicilia, e per individuare rotte specifiche per le navi che portano carichi pericolosi e inquinanti, in modo da renderle del tutto sicure rispetto al traffico delle altre navi”.