«C’era un accordo vincolante che non potevamo annullare. Per noi l’accordo è l’inizio di un percorso che deve portare alla “decarbonizzazione” dell’Ilva di Taranto», è quanto afferma il ministro dell’Ambiente sulla delicata questione che ruota attorno all’acciaieria più grande d’Europa. Ilva di Taranto, crollo del ponte Morandi, abusivismo edilizio: sono solo alcuni dei temi trattati nell’intervista al ministro Sergio Costa condotta dal giornalista Guido Ruotolo per Tiscalinews.

Dunque, ministro Costa, quello dei Cinque Stelle sull’Ilva non è stato un voltafaccia?
«Quando si è insediato, il governo ha trovato un accordo sottoscritto dalle parti. Ma sarebbe ingeneroso non sottolineare le novità che siamo riusciti ad ottenere e che hanno modificato la stessa qualità ambientale dell’accordo».

Chiarisca.
«Intanto voglio annunciare la novità della creazione di un Osservatorio Cittadino che svolga la funzione di “sentinella dell’ambiente”. Un Osservatorio in cui parteciperanno tutti, le controparti aziendali, i cittadini, gli esperti. E il modello dell’Osservatorio lo estenderemo anche ad altre emergenze ambientali. La trasparenza sarà la nostra parola d’ordine. I cittadini hanno il diritto e il dovere di conoscere. Aggiungo che gli ispettori ambientali saranno costantemente impegnati nei controlli preventivi e successivi. Noi vogliamo adottare l’Ilva, monitorarla costantemente per essere in grado di sapere in ogni istante cosa accade realmente nella più grande acciaieria d’Europa. Sui controlli saremo ferrei».

Allora, ministro, le novità migliorative conquistate con la trattativa?
«Premesso che nel contratto c’erano condizioni vincolanti, e che la proprietà avrebbe potuto chiudere il tavolo negoziale senza accettare le proposte negoziali, abbiamo ottenuto per esempio sulla copertura dei parchi minerali che entro aprile del 2019 la copertura dovrà raggiungere il 50% e i lavori dovranno concludersi entro la fine di quell’anno».
Ministro Sergio Costa, a Taranto come a Genova l’accordo Arcelor-Mittal è stato approvato a maggioranza bulgara dai lavoratori Ilva. Mentre forte è la polemica ambientalista a Taranto contro il voltafaccia dei Cinque Stelle.
«Da ambientalista anch’io non sono contento ma da ministro di questo governo devo riconoscere che è stato ottenuto il massimo possibile».

In sostanza, gli ambientalisti tarantini ricordano che il contratto di governo prevedeva la chiusura delle fonti inquinanti. E quindi per Taranto significa chiusura dell’Ilva.
«La prospettiva, anche dopo l’accordo Arcelor-Mittal, è di mandare in pensione il carbone e potenziare le fonti energetiche alternative».

Nel fronte ambientalista c’è chi ipotizza che con l’aumento della produzione aumenteranno le emissioni.
«Faccio ammenda. Negli accordi, nei protocolli d’intesa, nei contratti per non parlare delle leggi spesso si usano frasi involute, termini peri più incomprensibili, ermetici. Nell’accordo Ilva si fa riferimento a una decisione dell’Arpa Puglia, l’Agenzia deputata alla protezione ambientale, che stabilisce che a una certa soglia di produzione deve corrispondere una soglia di salvaguardia ambientale, che è quella dettata dalle norme europee. Ė un principio fondamentale che anche l’accordo Ilva dovrà rispettare. Questo significa che se aumenta la produzione da 6 a 8 milioni di tonnellate di acciaio, l’azienda dovrà comunque rispettare la soglia di salvaguardia ambientale precedentemente fissata».

Dunque non potranno aumentare le emissioni nocive?
«No. Se nel caso vi fosse uno sforamento della soglia, l’azienda incorrerebbe in una penale giornaliera di 15.000 euro. È una piccola grande rivoluzione ambientalista. L’Ilva sarà costretta a dotarsi di nuove tecnologie».

Credo che lei sia uno dei ministri con il maggior gradimento. Stimato anche da chi si oppone al governo Conte per la sua professionalità, correttezza, umanità. Impegnato da anni sul fronte della Terra dei fuochi, oggi da ministro dell’Ambiente dovrà governare il controllo dell’ambiente. Non è facile. Nel suo programma lei parla di “pensare verde” e di “sviluppo economico ecosostenibile”.
«La mia scommessa è che alla fine del mio mandato si avveri un sogno: rifiuti zero. Che significa: ogni rifiuto separato con la differenziata deve essere riutilizzato e dunque dovrà avere nuova vita. Non sarà più un rifiuto ma un nuovo prodotto. Insomma, il rifiuto si trasformerà in una occasione produttiva. Ricordo che, oltre all’Ambiente, ho anche la delega all’”economia circolare”».

Accanto all’Ilva l’altra drammatica emergenza di queste settimane è stata Genova. Il crollo del viadotto Morandi, i morti, gli sfollati, le polemiche sulle Concessionarie e adesso su chi ricostruirà il ponte.
«È stato terribile. Il dolore per le vite spezzate ha contagiato non solo la comunità genovese e italiana, ma è arrivata anche in tanti paesi stranieri che non hanno fatto mancare la loro partecipazione alla tragedia. Con il crollo del viadotto Morandi si è scoperchiato il vaso di Pandora. Voglio essere sintetico per essere chiaro, il tema delle concessioni è sul tappeto. La domanda che ci dobbiamo porre ė la seguente: lo Stato deve affidare la concessione tenendo conto del giusto guadagno o della massimizzazione del profitto? Io penso che debba avere la priorità la salvaguardia del bene comune e qui si deve tener conto del giusto guadagno. Da cui ne discende che il tema dei controlli diventa centrale. Chi li deve fare? Come? Se li rendiamo pubblici, perché i cittadini hanno il diritto di sapere come sono stati fatti, i collaudatori saranno molto attenti a fare le ispezioni con serietà».

Un tema emerso in queste settimane, anche se non centrale, è quello dell’usura dei materiali, a partire dal cemento armato. E non pochi hanno sollevato la questione che ciò implica una minaccia in sé non solo per l’ambiente ma per le stesse vite umane. È d’accordo?
«È un tema vero questo. Nel decreto Genova è previsto il monitoraggio delle opere pubbliche. Sono per imporre la costituzione di un database di tutte le opere pubbliche controllate. È importante conoscere le modalità delle verifiche».

In passato, anche dai Cinque Stelle è venuto meno il sostegno alla iniziativa della magistratura sulla questione dell’abbattimento dell’abusivismo edilizio. Lei da ministro dell’Ambiente si impegnerà nel contrastare l’abusivismo presente futuro ma anche e soprattutto passato?
«Sono il ministro dell’Ambiente che non dimentica di essere stato generale della Forestale prima e dei Carabinieri dopo. Il verbo condonare non esiste, il termine abusivismo all’estero non è neppure conosciuto».

La sua sensibilità al tema del contrasto all’economia criminale dei rifiuti è riconosciuta da tutti. La sensazione è che il business continui. Si interrano veleni al sud come al Nord. Come intende contrastare questo fenomeno?
«Il codice penale punisce i trafficanti illegali di rifiuti. E l’autorità giudiziaria e la magistratura lavorano per prevenire e reprimere questi traffici criminali. Per quello che mi riguarda, da ministro, credo che vada ripensato il sistema di controllo ambientale dei rifiuti. Si chiama Sistri, ed è in vigore da una decina di anni. In sostanza una scatoletta nera applicata sotto i tir e i mezzi di trasporto dei rifiuti tracciano i percorsi dei mezzi dobbiamo riconoscere che Sistri non ha funzionato. Non si tratta di migliorarlo ma di mandarlo in pensione. Entro la prossima primavera entrerà in funzione un nuovo sistema di tracciabilità dei 140 milioni di tonnellate di rifiuti speciali che si movimentano in Italia».

Può anticiparci le caratteristiche di questo nuovo sistema di tracciabilità?
«Quasi tutti i mezzi sono dotati di GPS e rilevatori satellitari. Vanno messi in rete».

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