Sono circa 8.700 le tonnellate di lana che ogni anno finiscono in discarica o che vengono smaltite in altro modo perché, piuttosto che una risorsa, la lana proveniente dalle 7 milioni di pecore italiane è considerata un rifiuto. Qualcosa però sta cambiando: l’ISPRA insieme a Donne in Campo della Confederazione Italiana Agricoltori ha dato il via ad un’indagine sulla produzione sostenibile ed eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero. I risultati dello studio è possibile trovarli nel volume “Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza” pubblicato da ISPRA e disponibile sul sito ufficiale.

Processi eco-produttivi di questo tipo, implicano, tra le altre cose, la conservazione di antiche varietà vegetali fornitrici di fibra tessile: “va sottolineata l’importanza della conservazione di antiche varietà di lino perfettamente adattate localmente, come descritto in una delle storie del volume, poiché nel corso del XX secolo, con l’avvento delle fibre sintetiche, la coltivazione del lino ha subito un forte declino con conseguente perdita di varietà di pregio – è quanto si legge nel comunicato stampa di ISPRA – studi condotti dal CNR, brevemente descritti nel volume, stimano che dal totale della lana “sucida” italiana, proveniente dalla tosa non utilizzata delle pecore, si potrebbero ricavare oltre 5.000 tonnellate di fibra e 15 milioni di metri quadri di tessuto, creando una filiera sostenibile del tessile”.

Un altro virtuoso esempio del settore è il Protocollo d’intesa, siglato nel 2017 tra ISPRA e l’Universidad Nacional de Córdoba (Argentina), da cui è nata un’informativa dettagliata sulla multifunzionalità del bosco e la produzione e colorazione sostenibile di fibre e tessuti in Argentina, che ISPRA ha pubblicato nella collana “Manuali e linee guida

“Le attività che si descrivono nello studio, dimostrano che la sostenibilità in questa filiera esiste e che può essere un mezzo di tutela ambientale e valorizzazione del territorio attraverso l’impiego intelligente delle risorse locali”, conclude l’istituto di ricerca.