La giornata mondiale dell’alimentazione 2018 – un mondo a Fame Zero entro il 2030 è possibile – chiama all’azione concreta di tutti noi, da subito. Dar da mangiare a una popolazione che a metà del secolo raggiungerà i 10 miliardi, e sarà sempre più urbanizzata, richiederà un aumento della produzione del 60%. Che a sua volta comporterà un incremento di energia di oltre il 30% e di acqua di più del 50%. Il nostro futuro passa dunque per una produzione agricola e un consumo alimentare più sostenibile, nel senso che dobbiamo usare meglio le risorse naturali che abbiamo a disposizione – il suolo, l’acqua, l’energia – pensando che sono limitate e rinnovabili nel tempo. Produrre di più con meno, mangiare di meno e meglio, migliorare l’accesso al cibo a tutte le fasce della popolazione e in ogni latitudine. Queste sono le “formule” che dobbiamo applicare nei prossimi decenni se vogliamo davvero azzerare la fame che affligge oggi oltre 800 milioni di persone sparse in tutto il globo. 

Qualcosa possiamo farla già a partire da ora. Ad esempio, potremmo iniziare seguendo il decalogo proposto da Andrea Segrè, fondatore Last Minute Market e campagna #sprecozero. 10 azioni che ci consentono di passare dal dire al fare, come ci ricorda lo slogan della giornata: “le azioni sono il nostro futuro”. 1. Acquistare solo ciò che ci serve, facendo una lista precisa senza cadere nelle sirene del marketing. 2. Prediligere alimenti locali e di stagione basati sulla Dieta Mediterranea. 3. Leggere e capire bene etichette e scadenze. 4. Usare frigo, freezer e dispensa per conservare gli alimenti e non per stiparli alla rinfusa. 5. Cucinare quanto basta, ma se avanza condividere con i vicini o “riciclare” tutto il giorno dopo. 6. Far in modo che il bidone della spazzatura sia vuoto, differenziando tutti i rifiuti (anche quelli non alimentari). 7. Al ristorante chiedere di riportare a casa ciò che non viene mangiato. 8. Riconoscere che il cibo ha un valore non solo per il nostro portafoglio ma anche per la nostra salute. 9. Chiedere che l’educazione alimentare e quella ambientale rientrino nelle nostre scuole come parte dell’educazione alla cittadinanza. 10. Mangiare è un atto di giustizia e di civismo: verso sé stessi, verso gli altri, verso il mondo.

In Italia oltre il 50% del cibo che acquistiamo finisce nel  bidone della spazzatura. Il cibo ancora buono che finisce nella spazzatura, spesso indifferenziato, non si può recuperare a fini caritativi come i prodotti invenduti o non consumati negli altri “anelli della filiera alimentare: agricoltura, industria, distribuzione, ristorazione. Tutto si può recuperare, come da vent’anni insegna l’esperienza di Last Minute Market, a parte lo spreco domestico. Che oltretutto costa smaltire come rifiuto. Nell’indagine dei diari dello spreco, curata dall’Università di Bologna, emerge che ogni famiglia getta 84,9kg di alimenti edibili per un costo di 250 euro. Il che vuol dire a livello nazionale 2,2 milioni di tonnellate pari a 8,5 miliardi di euro ovvero lo 0,6 del Pil.

Secondo la FAO, oltre un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo va perduto o sprecato. I costi globali degli sprechi contano circa 2,6 trilioni di dollari l’anno, compresi 700 miliardi di costi ambientali e 900 di costi sociali. Ammesso e non concesso che si riesca davvero ad aumentare la produzione agricola del 60%, perderne subito un 1/3 significa che la produzione reale diventa solo il 40%. Se l’incremento della produzione agricola e la modificazione delle diete alimentari richiedono tempo, e dipendo anche dal tempo (atmosferico) e dunque dal cambiamento climatico in atto, il contrasto agli sprechi alimentari chiama tutti noi all’azione concreta immediatamente.

«Dal 16 ottobre, per una settimana, invitiamo tutti a fare la propria parte e a impegnarsi per eliminare la carne, ridurre gli sprechi e prediligere cibi locali. Questa la sfida che Slow Food lancia all’interno della campagna internazionale Food for Change, per sottolineare il legame tra cibo e cambiamento climatico», racconta Carlo Petrini, presidente di Slow Food. Si stima infatti che, senza un’inversione di rotta, il pianeta si riscalderà di 1,5 gradi nel 2030 e di 4 nel 2100. Un miliardo di persone rimarrebbe senza acqua, due miliardi soffrirebbero la fame e la produzione di mais, riso e grano crollerebbe del 2% ogni 10 anni.

«A livello globale la produzione di cibo è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra, mentre la produzione di mangimi occupa il 40% della produzione agricola mondiale – continua Petrini – Da sempre sosteniamo e condividiamo quelli che sono i tre pilastri della Fao per il progetto #FameZero: contrastare lo spreco di cibo, che ogni anno raggiunge 1,3 miliardi di tonnellate nel mondo; favorire un approccio integrato in agricoltura, quella che noi chiamiamo agroecologia e che si basa sul rispetto della biodiversità e sull’interazione tra colture, allevamento e suolo. Terzo elemento, alla base delle attività di Slow Food, è seguire una dieta sana e sostenibile». Proprio a questo proposito Slow Food in collaborazione con Indaco2 (spin off dell’Università di Siena) ha analizzato l’impatto di una dieta attenta e amica del clima con una non sostenibile. «Il risultato? Il processo produttivo degli alimenti su cui si basa una dieta non sostenibile genera quasi il triplo dei gas serra rispetto a una sana e rispettosa dell’ambiente». Il consumo settimanale di prodotti non sostenibili comporta una produzione di gas serra pari a 37 kg CO2 eq, mentre con una sana siamo a 14 kg CO2 eq. «Un anno di buone abitudini ci farebbe quindi risparmiare CO2 pari alle emissioni di un’auto che percorre 3300 km», conclude Petrini.

Un interessante studio che ha anche analizzato l’impatto di singoli alimenti, dalle mele al latte, dalla carne al formaggio. Prendendo ad esempio le uova, si calcola che il risparmio di CO2 realizzato ogni anno da un allevamento all’aperto che rispetta ambiente e animali, rispetto a uno industriale, corrisponde alle emissioni di un’auto che percorre 30.200 km.

«Vivo allevando capre, pecore e cammelli. Questo è la mia vita, così come lo è stata per i miei antenati negli ultimi 235 anni. Vorrei che le generazioni future continuassero a vivere con lo stesso stile di vita tradizionale; ma purtroppo negli ultimi tempi la nostra terra è stata colpita da siccità e inondazioni, trasformazione dell’ambiente che ha ceduto suolo e paesaggio a strade e trivelle, mettendo a dura prova comunità e animali. Trovare l’acqua per i miei animali è la più grande sfida della mia vita. Percorriamo lunghe distanze, fino a 100 chilometri, per trovare pozzi poco profondi per le capre», racconta Tumal Orto Galdibe, pastore indigeno del Kenya. «Non c’è dubbio: il cambiamento climatico è reale, e ci sta colpendo adesso». Da Cuba gli fa eco l’agricoltore José Casimiro Gonzalez: «Sfollamenti, danni agli edifici, diminuzione dei raccolti e cambiamenti radicali nei periodi di semina sono solo alcuni degli effetti che verifichiamo noi agricoltori. E questo significa incertezza economica e difficoltà quotidiane oggettive nello svolgere il nostro lavoro. Voglio però essere positivo. Se penso a quale possa essere il futuro di Cuba, non ho dubbi. L’agroecologia, l’osservazione della natura e Slow Food sono le speranze che conservo».

«Insomma, serve l’impegno di tutti. Domani è troppo tardi – conclude Petrini – Con Food for Change possiamo cambiare anche di poco le nostre abitudini alimentari e riuscire davvero a fare la differenza».