Tre orsi marsicani, una mamma con due cuccioli, sono tragicamente morti annegati in una vasca per le acque piovane. Il fatto è avvenuto tra i comuni di Balsorano e Villavallelonga, nella Zona di Protezione Esterna del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Da oltre un anno il WWF richiama la necessità di convocare tutte le istituzioni competenti e il mondo scientifico per stabilire, al di là di ogni formalismo, concrete linee di azione e d’intervento a tutela di una specie simbolo del nostro Paese. Nessuna Istituzione da sola può fare la differenza, ma solo da una leale collaborazione sinergica può scaturire un miglioramento del livello di tutela oltre che una migliore gestione della specie prevenendo conflitti e garantendo il suo buon stato di conservazione.  Gli “Stati Generali dell’orso” proposti dal WWF avrebbero potuto costituire una risposta operativa e speriamo che quanto accaduto voglia accelerarne la convocazione.

“Tutti dunque – afferma il WWF – devono sentirsi coinvolti e “responsabili” per quanto accaduto dal Ministero dell’Ambiente ai Presidenti delle Regioni dell’areale dell’orso (prime fra tutte Abruzzo, Lazio e Molise), dai tanti Sindaci che amministrano quei territori ai responsabili delle aree protette a partire dallo storico Parco d’Abruzzo. In molti avrebbero potuto agire in termini preventivi e possono ancora farlo, comprese le forze di Polizia, i Magistrati, gli imprenditori agricoli e non. Un territorio – continua l’associazione – si gestisce infatti con l’attenzione di tutti e con un’attenta opera sensibilizzazione accompagnata sempre da coerenti azioni di controllo e repressione. Non è possibile che tre orsi muoiano per non aver messo in sicurezza una vasca di raccolta dell’acqua dove 8 anni fa erano morti altri due orsi nello stesso identico modo. C’è dunque una vera corresponsabilità. Istituzionale e non, perché si continua ad approcciarci a questa specie come se non ne rimanessero solo 50 esemplari prima della sua definitiva estinzione.

Tutti gli sforzi fin qui fatti vengono vanificati in una sola giornata in cui abbiamo perso il 5% della popolazione.  Ad ogni orso morto – aggiunge il WWF – si ripete che va cambiato passo, che non c’è più tempo da perdere, che tutti devono fare la loro parte. Già dopo una sola settimana tutto riprende come prima. E intanto chi spara a un orso viene assolto in tribunale, la Regione Lazio non limita la caccia nelle zone dove è presente l’orso e il TAR di Roma non interviene, si progettano nuovi (fallimentari) bacini sciistici o si asfaltano vecchie strade su montagne abruzzesi dove è accertata la presenza dell’orso, si costituiscono comitati contro l’orso e le norme che lo tutelano. Se è vero che tutti vogliono salvare l’orso marsicano – conclude l’associazione – allora agiscano di conseguenza e lo facciano quanto prima”.

L’Ente Nazionale Protezione Animali ha presentato invece un esposto alla Procura delle Repubblica di Avezzano per fare luce sulla morte dei tre orsi. Stando ai primi elementi forniti dal Pnalm, secondo Enpa “è evidente già da ora che la morte dei tre animali è stata causata da gravissima incuria e negligenza. Non solo perché in quella stessa vasca, nel 2010, erano morti altri due orsi ma, soprattutto perché ai proprietari era stato recentemente chiesto – così sostiene il Pnalm – di metterla in sicurezza. Cosa che, con tutta evidenza non è avvenuta, altrimenti i tre plantigradi non sarebbero morti (per annegamento)”.

Con l’esposto, l’Ente chiede soprattutto di chiarire la filiera di responsabilità alla base di questa, ennesimo, durissimo colpo alla nostra fauna più protetta. “E’ mai possibile che a fronte di un grave fattore di fattore di rischio, per gli animali e per le persone, come quello rappresentato dalla “vasca killer” ci sia stata per otto anni una sostanziale inerzia? È mai possibile – chiede Annamaria Procacci, responsabile Ufficio Fauna Selvatica di Enpa – che dal 2010 ad oggi non si sia riusciti a mettere in sicurezza una volta per tutte quella vasca? E se il Pnalm non ha competenza sulle ZPE, chi sarebbe dovuto e deve intervenire? La Regione, i Comuni, le Province, il Ministero?». Queste sono alcune delle domande alle quali Enpa auspica che la magistratura troverà una risposta. Naturalmente, qualora dovessero emergere profili di responsabilità, l’associazione si costituirà in giudizio.

Ma c’è anche un altro interrogativo al quale le istituzioni, e in particolare il ministero dell’Ambiente – come vertice della catena di comando – devono dare risposta. «All’indomani della morte dei tre orsi vogliamo sapere quali azioni e quali interventi specifici, a livello centrale come a livello locale, sono stati posti in essere per verificare, monitorare, eliminare possibili fattori di pericolo per l’incolumità degli animali. Vogliamo anche sapere – prosegue Procacci – se nelle zone più ‘sensibili’ esiste un monitoraggio delle vasche che, come visto, sono una chiara minaccia per gli orsi”.

Ad esprimere poi la propria opinione sull’accaduto, l’Associazione Italiana per la Wilderness (AIW): “Se ci voleva una prova, eccola. Inutile lanciare proclami di successo per la nascita dei cuccioli d’orso, quando è notorio per la scienza che almeno la metà muore prima di raggiungere la maturità. Era stato bello sapere che almeno due orse quest’anno avevano straordinariamente partorito tre cuccioli. Ora apprendiamo – prosegue l’associazione – che una mamma orsa e i suoi due piccoli nei giorni scorsi sono miseramente annegati in una vasca di cemento (una fine atroce, di cui lasciamo a lettori immaginare la lunga agonia nel disperato tentativo di salvarsi, graffiando inutilmente lisce pareti a cui non hanno potuto aggrapparsi!). Ma la cosa grave – continua l’AIW – è pensare ai milioni di euro spesi in inutili ricerche, trappole di cattura, DNA, radio-collari, triangolazioni satellitari, campagna antiveleno con tanto di inutili cani addestrati a trovarlo, PATOM, Area Contigua, pollai anti-orso (costati migliaia di euro!), pattuglie di pronto intervento per ‘orsi confidenti’, convegni e conferenze e carta stampata per dire che tutto è ok, addirittura mele biologiche per quelli in cattività; mentre nessuno ha pensato di stanziare poche migliaia di euro per fare in modo che da quella vasca si potesse uscire!  E questo dopo che nel solo poco lontano 2010, nella stessa vasca, allo stesso tragico modo, erano già morti una femmina d’orso e il suo cucciolo! Bastava immergervi uno o due scalini fatti con gabbioni colmi di sassi e trasportali lassù con un volo di elicottero. Nessuno lo ha fatto! Si sono limitati a richiedere al proprietario una recinzione che col tempo era caduta e che gli orsi assetati avrebbero comunque potuto abbattere o superare facilmente. Eppure, ecco cosa ebbe a dire alla stampa l’allora Direttore del Parco, Vittorio Ducoli: «non vi è dubbio che quella vasca, non protetta, rappresenti un pericolo non solo per gli animali, ma anche per gli escursionisti. L’area di ritrovamento, anche se lontana dai confini del Parco, è di estrema importanza quanto a frequentazione di orsi, per cui ancora una volta si dimostra che il futuro dell’orso bruno marsicano è legato a quanto tutte le istituzioni sapranno fare per tutelare questa splendida specie. Anche al di fuori delle aree protette». Era il 12 giugno 2010. E cosa hanno fatto le autorità del Parco d’Abruzzo che, appunto, non è una, ma, l’istituzione principale, per operare in difesa di quest’animale? Nulla per quanto noto, salvo studi e ricerche”, conclude l’associazione