Il Cardo di Fossa Bolognese, storica produzione a consumo invernale delle nostre campagne, si sta definitivamente estinguendo: l’allarme è lanciato dalla Fondazione FICO attraverso la mostra fotografica “Archeologia orticola: il salvataggio del cardo di Fossa Bolognese” che si apre domenica 20 gennaio, alle 12, nell’area antistante la sede della Fondazione. Ideata e curata da Duccio Caccioni, coordinatore scientifico di Fondazione Fico, e Stefano Tartarini, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari – Università di Bologna, la mostra vuole sensibilizzare sulla tutela e sul recupero di uno dei prodotti agricoli che hanno contribuito a impreziosire la biodiversità emiliana: la coltura del cardo di fossa, oggi quasi del tutto scomparsa.

“I bolognesi – dichiara Duccio Caccioni ­- sembrano aver tralasciato buona parte delle proprie tradizioni agricole: oggi sono numerosissime le varietà quasi scomparse, a partire dall’uva Angelica che veniva portata in omaggio al Papa in occasione della vendemmia; e così i pomodori Ricci, le zucchine chiare bolognesi – che venivano utilizzate per le zucchine ripiene. Per il Cardo di Fossa oggi è rimasto un solo custode della tradizione, e sono scomparsi i tanti produttori che si dedicavano a questa coltura nella pianura bolognese. La mostra per questo rappresenta un vero e proprio progetto di biodiversità: vogliamo sensibilizzare intorno a tradizioni e sapori antichi che rischiano di sparire per sempre”.

“Il ciclo produttivo iniziava in primavera con la semina in vivaio utilizzando semi di ecotipi locali autoprodotti in azienda – spiega Stefano Tartarini – ogni orticoltore selezionava le proprie piante madri dalle quali raccogliere i semi per l’anno seguente. Dopo la semina, la coltivazione vera e propria continuava con il trapianto in pieno campo nel periodo estivo. Le piante estirpate prima dell’arrivo delle gelate venivano poi posizionate erette, una vicina all’altra, all’interno di fosse nel terreno. Le condizioni ambientali all’interno delle fosse erano gli elementi fondamentali che caratterizzavano il processo di maturazione dei cardi di fossa. In particolare, le foglie più esterne di ogni pianta si deterioravano e marcivano determinando un aumento della temperatura all’interno della fossa che a sua volta favoriva l’imbiancamento e l’allungamento delle foglie più interne per effetto della mancanza di luce. Dopo un mese circa di permanenza all’interno delle fosse i cardi erano pronti per la commercializzazione. Il mancato ricambio generazionale – conclude Tartarini – e la complessità delle lavorazioni richieste da questa coltura, prevalentemente manuali, hanno contribuito alla sua quasi totale scomparsa”.

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