Il libro, edito da Edizioni Ambiente, racconta cause e effetti di una delle più grandi emergenze ambientali e spiega cosa si dovrebbe fare per eliminare questa “zuppa” dalla mappa

Ogni onda che si infrange sul bagnasciuga, ne porta con sé qualche frammento. Le straordinarie qualità di questo materiale, da cui l’umanità è ormai dipendente, si sono rivelate disastrose per gli ecosistemi. Abbiamo creato la plastica e ora ci stiamo annegando dentro: se finisce in acqua non si dissolve, ma si sminuzza in pezzetti sempre più piccoli destinati a rimanere in oceani, laghi, fiumi, sulla terra e perfino nell’aria. In collaborazione con Legambiente, esce l’edizione italiana dell’Atlante mondiale della zuppa di plastica, presentato oggi alla vigilia della Giornata mondiale degli oceani che si celebra l’8 giugno. Un libro che analizza le origini e le conseguenze di tutti gli aspetti del devastante fenomeno attraverso le lenti di recenti studi scientifici, di immagini impressionanti e infografiche. Per incoraggiare il lettore a riflettere, ma soprattutto, ad agire, vengono elencate le possibili soluzioni volte a contrastare l’inquinamento ambientale da plastiche, uno dei più gravi problemi ambientali con cui abbiamo mai dovuto confrontarci. Ne è consapevole anche l’80% degli italiani, che teme di trovarsi di fronte a un vero e proprio disastro ambientale.

«Il marine litter – dichiara Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, nella sua prefazione – è un’emergenza ambientale planetaria, la seconda dopo i cambiamenti climatici. L’Atlante mondiale della zuppa di plastica ne fornisce una chiave di lettura divulgativa e approfondita, a cui la nostra associazione ha contribuito con il capitolo sull’Italia. Ed è importante parlare del nostro paese perché sul contrasto all’inquinamento ambientale da plastica siamo un modello a livello internazionale. Ci capita raramente, ma quando succede vale la pena rivendicarlo. Questo primato lo viviamo anche come un risultato del lavoro di Legambiente, visto che le nostre prime campagne sul tema risalgono alla metà degli anni Ottanta. Un lavoro integrato con una quarantennale esperienza di citizen science (il contributo dei cittadini alla conoscenza dei problemi ambientali e alla loro risoluzione) che autorevoli fonti istituzionali descrivono come la più importante a livello internazionale e che abbiamo avuto l’onore di raccontare a New York durante la Conferenza mondiale dell’Onu sugli oceani nel giugno 2017, anche in Assemblea Generale».

Da questo lavoro sono scaturite le leggi italiane che hanno messo al bando i sacchetti per la spesa e i bastoncini per le orecchie non compostabili e le microplastiche nei cosmetici da risciacquo. Norme che sono state copiate in due direttive europee e che dovrebbero essere replicate in tutto il mondo, nei paesi industrializzati, con economie emergenti e in via di sviluppo. L’impatto del marine litter è testimoniato anche dai dati raccolti in questi anni da Legambiente. Solo nel 2018 i volontari dell’associazione hanno ripulito più di 600 spiagge italiane, rimuovendo un’incredibile mole di rifiuti: 200.000 rifiuti tra tappi e bottiglie, più di 100.000 cotton fioc e circa 62.000 tra piatti, bicchieri, posate e cannucce di plastica. L’ultima indagine Beach Litter di Legambiente ha permesso di registrare una media di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia su 93 spiagge italiane tra aprile e maggio scorso: l’81% di questi è rappresentato dalla plastica. Rifiuti contati e catalogati anche per sfatare un mito: la maggior parte dei rifiuti che giacciono sulle nostre spiagge non sono infatti rifiuti abbandonati direttamente in loco dalle persone. L’inquinamento dei mari ha origine per almeno l’80% sulla terraferma, dall’abbandono consapevole ma anche e soprattutto dalla cattiva gestione dei rifiuti da parte dei comuni e delle società di igiene urbana e dalla cattiva depurazione dei reflui civili.

Nel libro si affronta anche un altro tipo di inquinamento invisibile, ma anche incalcolabile e irreversibile quello delle microplastiche. Goletta dei laghi, di Legambiente, ha dimostrato che in tutti i principali bacini lacustri italiani monitorati sono presenti le microplastiche: lo studio che Legambiente conduce dal 2016 insieme a Enea evidenzia una crescita che arriva fino all’80% della quantità di microplastiche per metro cubo di acqua filtrata, in campioni presi a valle degli impianti di depurazione, rispetto a quelli presi a monte. I rifiuti in mare hanno impatti negativi anche sulle specie che abitano questo ecosistema: tartarughe, mammiferi e uccelli marini, filtratori, invertebrati o pesci, a livello di individui o di specie. È stato calcolato che dal 1997 al 2012 il numero di specie che ha subito danni a causa dei rifiuti marini è cresciuto del 40%, da 247 a 663. I rifiuti in plastica, in particolare, sono responsabili dell’88% degli eventi registrati e circa il 15% delle specie vittime di aggrovigliamento e ingerimento di rifiuti marini è sulla Red List delle specie minacciate dell’IUCN (International Union For Conservation Of Nature, Unione mondiale per la conservazione della natura).

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