Cina, petroliera in fiamme: disastro ambientale in un mare già “morto”
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Negli ultimi dieci anni naviga in quelle acque una massiccia flotta di pescherecci che ha "significativamente" sfruttato ogni oltre possibile limite le risorse marine, tanto che intere aree, proprio come quella del Mar Cinese orientale, sono ormai "morte e prive di pesce".

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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

È affondata dopo essere stata devastata dalle fiamme per una settimana la petroliera iraniana Sanchi, che il 6 gennaio si era scontrata con un’imbarcazione nel Mar Cinese Orientale mentre trasportava 136mila tonnellate di idrocarburi leggeri dall’Iran alla Corea del Sud. Le autorità iraniane hanno rinunciato a ritrovare superstiti fra i 32 membri dell’equipaggio, mentre solo tre cadaveri sono stati recuperati. Tutti portati in salvo invece i marinai della seconda imbarcazione, che hanno fornito i dettagli dell’incidente. Il combustibile si è riversato in mare e ha formato una chiazza in fiamme. Ma le autorità cinesi sminuiscono il danno ambientale.

LE PRIME DICHIARAZIONI – Secondo un giornalista della tv cinese Cctv, che ha sorvolato la zona a bordo di un aereo dell’Amministrazione pubblica oceani, gli idrocarburi si sono allargati su una zona di 10 chilometri quadrati. “La marea nera è molto grave”, ha affermato. Questo combustibile è diverso dal greggio nero che spesso si vede riversato in mare nelle perdite petrolifere: è tossico, di bassa densità e più esplosivo. La tv cinese, a sua volta ripresa da Afp, ha però anche citato un ingegnere dell’Amministrazione, Zhang Yong, che ha minimizzato le preoccupazioni ambientali legate alla perdita”. Secondo l’esperto cinese, questi idrocarburi sono molto “volatili, quindi la maggior parte di essi si è dispersa nell’atmosfera, causando meno conseguenze per l’oceano”. “Siamo in pieno mare, molto lontano dalle zone abitate, quindi l’impatto per le persone dovrebbe essere minimo”, ha aggiunto, sorvolando così sulle conseguenze per l’ambiente marino, la sua flora e la sua fauna.

DISASTRO SU DISASTRO – Purtroppo è da molti anni che quella zona marina si trova in una condizione ecosistemica disastrosa, alla quale dunque si aggiungerebbe ora quest’ultima sciagura. Negli ultimi dieci anni naviga in quelle acque una massiccia flotta di pescherecci che ha “significativamente” sfruttato ogni oltre possibile limite le risorse marine, tanto che intere aree, proprio come quella del Mar Cinese orientale, sono ormai “morte e prive di pesce”. Secondo fishfirst.cn alla fine del 2014 si contavano 1,06 milioni di pescherecci e per questo, a lanciare l’allarme a metà del 2016 non furono organismi internazionali, ma lo stesso Ministero dell’Agricoltura di Pechino. Sembra che sia il Governo stesso a spingere per l’adozione immediata di interventi sia sulla riduzione delle quote di pesca sia del numero di pescherecci, fino a ipotizzare nuovi piani di moratoria totale per il ripopolamento dei mari. Che tuttavia, ora è messo nuovamente in crisi da 136mila tonnellate di idrocarburi leggeri.

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