Elezioni e ambiente, Liberi e Uguali: il “grande piano verde” mancato

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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!


Elezioni 2018, il dado è tratto per tutti. Bersani aveva detto che Liberi e Uguali avrebbe superato le aspettative dei sondaggi, che davano il nuovo partito di sinistra intorno al 6%. Il bacino di voti su cui puntava il suo partito era chiaro: gli scontenti del Pd, i voti alla sinistra del Pd e un grande indotto compatto, proveniente da un mondo vasto e da sempre molto attivo nella partecipazione al dibattito: quello dell’ambiente e dell’ambientalismo, accompagnato per mano dentro il partito dalle dimissioni di Rossella Muroni da presidente di Legambiente, sacrificate sull’altare dell’incarico a coordinatrice della campagna elettorale di Pietro Grasso.

Si deve proprio al suo retroterra culturale e alla sua formazione professionale l’ampio spazio che il progetto di Liberi e Uguali ha riservato all’ambiente, destinatario di punto programmatico specifico chiamato “grande piano verde”. Peraltro nel bel mezzo di un “verde sbiadito” rinvenuto nel restante panorama politico, in cui nessuno – o quasi – ha dedicato grande interesse alle istanze della tutela dell’ambiente. E tra queste, sembra che gli elettori siano rimasti indifferenti soprattutto al cavallo di razza del “grande piano”, ovvero la totale decarbonizzazione del nostro Paese, per passare dall’economia lineare a quella circolare. Non ha funzionato la strategia “rifiuti zero”, la riduzione dei consumi e in particolare di quelli energetici, il radicale efficientamento di casa, mobilità e trasporti, e la contestuale conversione dei consumi residui.

L’AMBIENTE MANCATO – Quello che Liberi e Uguali ha già mancato perdendo le elezioni, è l’obiettivo verso uno scenario al 100% rinnovabile entro il 2050. Nel programma c’era anche il tema dell’abbandono della dipendenza dalle fonti fossili attraverso l’autoproduzione di energia pulita, che avrebbe dovuto anche contribuire a ridurre “lo strapotere economico e geopolitico degli oligopolisti che oggi controllano nel mondo il settore energetico e spesso agiscono senza riguardo per i diritti umani e per l’ambiente”. Niente da fare quindi per quella che avevano chiamato “sala verde”, ovvero la costruzione di una cabina di regia per la programmazione delle politiche sull’ambiente (il “composta da chi?” rimarrà a questo punto un mistero) che risultasse coerente e coordinata con la strategia per il Clima al 2050.

Liberi e Uguali riparte da poco più del 3%, un numero di seggi che oscilla tra 7 e 11 e il timbro sull’ambiente – probabilmente – lo apporrà qualcun altro.


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