La deforestazione, il bambù, l’estinzione: ecco perchè il panda rosso sta scomparendo

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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Coda ad anelli – dodici per la precisione – simile a quella dei procionidi, così come i denti e la forma della testa ma un patrimonio genetico che rivela molta più affinità con la famiglia degli ursidi, dalla quale prende in prestito anche l’apparente tenerezza. È il panda rosso, avvolto in un enigma che gli scienziati hanno risolto affidandogli una famiglia tutta per sé, della quale è unico rappresentante: quella degli ailuridi. Né procione né panda gigante dunque: il panda rosso non ha “parenti stretti” in giro per il Mondo e non si è mai mosso dall’Asia, dove le foreste himalayane gli hanno sempre garantito una casa e del cibo. Almeno fino a quando il tasso di deforestazione di Bhutan, Cina, India, Myanmar e Nepal non ha visto sparire il 50% degli esemplari negli ultimi 20 anni, lasciando sopravvivere meno di 2.500 panda rossi. Per loro, anche in Italia il 15 settembre si celebra l’International Red Panda Day promosso dal Red Panda Network e sostenuto dal Parco Natura Viva di Bussolengo che ha adottato a distanza Sita, Niyati, Pinju, Bhim, Tenzing e Sanju, panda rossi che vivono in natura.

“Soprattutto a est della catena himalayana – spiega Cesare Avesani Zaborra, direttore scientifico del Parco Natura Viva di Bussolengo – la pressione dell’uomo sta frammentando territori anche al di sopra dei 2 mila metri di quota, dove questa specie arboricola vive. Strade, centrali e linee elettriche, estrazioni minerarie e conversione agricola stanno isolando gli esemplari, sottraendo loro quei rami tanto amati per costruire i nidi e impedendo loro di trovare il cibo”. Anche perché non si tratta di un cibo qualunque. “La dieta del panda rosso è legata a doppio filo al bambù, una pianta che costituisce il 98% della sua alimentazione e che subisce i colpi delle attività umane. La difficoltà di reperirla espone gli esemplari ad aree degradate, spesso convertite in pascoli. È qui che si nascondono malattie mortali, come la rabbia e il cimurro, veicolate da cani randagi e bestiame”.

Ottenere più informazioni sulle popolazioni presenti in natura e sensibilizzare la popolazione locale è il lavoro che svolge da molti anni il Red Panda Network, grazie ad un’attività sul campo che nel 2016 portò al primo censimento in Nepal, dove sono stati registrati esemplari in 23 distretti e 7 aree protette. Con la speranza che la pressione delle attività umane proceda più lentamente della ricerca scientifica.


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