La tempesta perfetta e il ritorno de “l’assalto ai boschi”
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

I 14 milioni di alberi caduti tra Veneto, Trentino e Friuli nella sola giornata del 30 ottobre a causa di raffiche di vento che hanno raggiunto anche i 150 chilometri orari, non hanno mancato di levare voci immediate sull’importanza di ripristinare in Italia una “gestione attiva” dei boschi italiani: in questo caso, dopo la tempesta, non c’è spazio per la quiete.
Arremba Coldiretti, che stamane chiama l’adunata: “Un disastro provocato certamente dallo sferzare del maltempo ma non vanno sottovalutati i rischi per l’ambiente, gli incendi e la stabilità idrogeologica derivanti dall’incuria e dall’abbandono forzato. Siamo di fronte all’inarrestabile avanzata della foresta che spesso senza alcun controllo si è impossessata dei terreni incolti e domina ormai più di 1/3 della superficie nazionale con una densità che la rende del tutto impenetrabile ai necessari interventi di manutenzione, difesa e sorveglianza”. Tradotto, appare come un messaggio non troppo criptico ai dicasteri dell’ambiente dell’agricoltura a rompere gli indugi: a voler ben guardare infatti, ci si accorge che mancano ancora i decreti attuativi al nuovo Testo Unico Forestale, approvato dalla scorsa legislatura il 16 marzo scorso (ad elezioni avvenute) e fortemente auspicato dalla componente produttiva. E infatti, l’associazione degli agricoltori chiama a serrare le fila l’artiglieria pesante: “L’Italia – si legge in una nota – importa dall’estero più dell’80% del legno necessario ad alimentare l’industria del mobile, della carta o del riscaldamento, per un importo di 4 miliardi nel 2017 ed un incremento del 5% nei primi sette mesi di quest’anno. L’industria italiana del legno è la prima in Europa, ma con legname che arriva da altri Paesi vicini come Austria, Francia, Svizzera e Germania a dimostrazione di un grande potenziale economico inutilizzato”. Ed ecco la quadratura del cerchio: “Ci sono tutte le condizioni per trasformare una tragedia in grandi opportunità per la ripresa di un Paese che ha fatto della sostenibilità ambientale un valore aggiunto del Made in Italy”.

RICETTA PER IL RILANCIO O “ASSALTO AI BOSCHI”?
Tragedia che si trasforma in opportunità, made in Italy, sostenibilità ambientale: seppure appaia la ricetta per il rilancio delle superfici forestali italiane – che oggi ammontano a 10,9 milioni di ettari – c’è stato qualcuno che prima, durante e dopo l’approvazione del nuovo Testo Unico Forestale ha tentato di smuovere le coscienze di mari e monti. Tra docenti universitari, ricercatori di enti pubblici in scienze botaniche, zoologiche, ecologiche, geologiche, ambientali e forestali, furono centinaia i firmatari di un appello tecnico scientifico inviato al Presidente della Repubblica per chiedere di non ratificare il decreto “basato su informazioni scientificamente insostenibili”. Venne inquadrato come un “assalto ai boschi” e a trainarne le istanze, spiccarono Bartolomeo Schirone, professore ordinario di selvicoltura dell’Università della Tuscia e Gianluca Piovesan, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale dell’Università della Tuscia.
“Siamo costretti a sottolineare con forza il nostro stupore per i gravi errori scientifici che potranno condurre a effetti deleteri sugli ecosistemi, sul suolo, sulla biodiversità e sul paesaggio”, si leggeva nell’appello. “Se è innegabile che la selvicoltura è un’attività economica di enorme importanza che non può certamente essere esclusa da tutti i nostri boschi, dobbiamo con forza sottolineare come sia infondato e paradossale attribuirle in modo generalizzato la capacità di tutela contro eventi come le frane o l’erosione. Numerosi studi, condotti proprio in Italia, hanno mostrato ad esempio la forte erosione dei suoli che consegue alla gestione a ceduo dei boschi (cioè quelli atti alla commercializzazione di legname nda)”.
Altro tassello importante fu poi quello che faceva chiarezza sull’utilità di un bosco non gestito dall’uomo: “I boschi sono ecosistemi auto-sostenuti e, in assenza di attività selvicolturali, evolvono in modo autonomo con caratteri che ne aumentano i servizi ecosistemici associati come la qualità delle acque, la conservazione del suolo e la difesa dal dissesto, habitat per la fauna selvatica”.
E poi: “Il decreto contempla l’eliminazione del bosco al fine di conservare paesaggi agrari in abbandono, azione scientificamente discutibile, che contrasta le naturali tendenze dinamiche degli ecosistemi, utili alla mitigazione dei cambiamenti climatici e alla tutela idrogeologica. Solo in situazioni di paesaggi storici di particolare rilievo o di comunità secondarie di elevata importanza ecologica si può pensare di contrastare la naturale evoluzione a bosco”. Infatti: “la “gestione forestale sostenibile” non può comprendere solo le attività selvicolturali, ma deve prevedere anche l’individuazione delle riserve integrali o il rilascio di isole ad invecchiamento indefinito nelle particelle utilizzate. In tutto il testo manca invece un chiaro riferimento alla zonizzazione del territorio forestale, ossia una distinzione tra boschi da destinare alla produzione e boschi che devono restare indisturbati”.

Il cerchio si stringe quindi intorno al legislatore e si auspica l’“aumento del prelievo del legname dai boschi” in forza di “trentacinquemila nuovi posti di lavoro” stimati. In mezzo, l’ecosistema forestale, rimasto unico depositario dell’ordine naturale di cui l’uomo – certamente – ha perduto memoria.

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