Il caso Airbus e gli aiuti al progetto franco-tedesco pagati dall’agroalimentare italiano
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Il tribunale svizzero della World Trade Organization – l’organizzazione mondiale del commercio, creata allo scopo di supervisionare gli accordi commerciali tra gli stati membri – si è riunito ieri per discutere la questione delle sanzioni da applicare all’Europa in forza dei sussidi concessi ad al consorzio europeo di costruzione degli aeromobili Airbus e considerati illegali dalla stessa WTO. La decisione non è stata ancora comunicata ma Trump, che aveva chiesto 11,2 miliardi di dollari, sembra già in procinto di festeggiare: si parla di dazi all’export europeo in entrata negli Stati Uniti d’America per 7,5 miliardi di dollari. A rimetterci saranno soprattutto le esportazioni del nostro Made in Italy agroalimentare, come se non fosse già abbastanza vessato dalle perdite subite in seguito a dazi russi.

In questo caso, si tratta di una vera e propria faida dei cieli tra il produttore del vecchio continente Airbus e quello statunitense Boeing che da anni brandiscono l’illegittimità degli aiuti all’altro, appellandosi a turno alla World Trade Organization. La quale ha sì stabilito che entrambi i gruppi hanno ricevuto miliardi di dollari di aiuti illeciti a danno del concorrente, ma la decisione in favore dell’Europa non arriverà che nella prima metà del 2020 mentre quella che penalizzerà le nostre imprese potrebbe essere già attiva entro il mese di ottobre. In questo primo round che lascia cantar vittoria all’America dunque,  l’Italia risulta ancora una volta “cornuta e mazziata”: pur non partecipando al consorzio Airbus – al contrario di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – e dunque non avendo responsabilità nella vicenda, i nostri prodotti agroalimentari figurano nella lista dei beni da colpire che vale in tutto 25 miliardi di dollari. Vino, formaggi, salumi, olio, pasta e chi più ne ha più ne metta: insorge il mondo produttivo.

“I contraccolpi sarebbero pesantissimi per l’intera filiera – spiega Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura – ed è a rischio una larga parte delle produzioni agroalimentari italiane destinate ai consumatori statunitensi. Nei mesi scorsi ho indirizzato una lettera al presidente della Commissione europea Juncker e alla commissaria Malmstrom, per sollecitare l’avvio di un negoziato con l’amministrazione Usa per evitare una guerra commerciale. A questo punto chiediamo un’iniziativa urgente del nostro governo a tutela del sistema agroalimentare italiano”. Ma prosegue amaro: “Diciamo da tempo che il Ministero e gli assessorati dell’agricoltura non hanno una politica di apertura e di governo dei mercati; che il sistema degli agricoltori, che rappresentiamo è molto più povero di risorse e incapace di muoversi del passato rispetto alle dinamiche economiche divenute globali. I produttori hanno poche armi, schiacciati come sono dalla mancanza di potere contrattuale e da una vessazione continua di norme”.

E da un vestito, quello cucito addosso al nostro Paese, che sembra dover figurare sempre come “buono per ogni stagione”. Soprattutto per le stagioni dei guai degli altri.

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