Il capovaccaio Sara torna in Italia ma il 34% degli uccelli migratori è a rischio estinzione

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Ha percorso 4mila chilometri, attraversando mari e deserti: partita dal Niger il 18 marzo scorso, la femmina di capovaccaio Sara è tornata nei giorni scorsi in Italia, a cinque anni dal rilascio nell’Oasi Lipu Gravina di Laterza, in provincia di Taranto, dove si spera possa tornare nei prossimi giorni per nidificare.

E’ una bella storia per la natura quella che la Lipu racconta in occasione della Giornata mondiale degli uccelli migratori (World migratory bird day), il grande evento mondiale organizzato dalla Convenzione sugli uccelli migratori, dall’Aewa (Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori dell’Africa-Eurasia) e dall’Efta (Environment for the Americas). Il tema di quest’anno è focalizzato sull’importanza del conservare e restaurare gli ecosistemi che permettono il movimento degli uccelli migratori e che dunque sono essenziali per la loro sopravvivenza e lo stato di salute.
Il capovaccaio, come Sara, è una delle specie migratrici più minacciata di estinzione: ne restano solo 10 coppie nel Sud Italia ed è classificato dalla Lista rossa italiana come “Critically endangered”, ossia in “pericolo critico”, e la sua popolazione è in forte declino. Nel 2015, grazie al Cerm di Grosseto, in collaborazione con la Lipu, Sara fu rilasciata nel canyon della Gravina di Laterza per poi tornare in Africa per quattro anni, fino al 2019 quando, dopo un periodo di spostamenti in varie regioni del Sud Italia, rientrò nuovamente nel Niger. Ma il ritorno di quest’anno è speciale, perché i capovaccai nidificano solo dal quinto anno di vita: Sara ha cinque anni e la speranza di ornitologi e appassionati è quella che possa nidificare nell’oasi della Lipu e rafforzare così l’esigua popolazione nidificante italiana.

Il capovaccaio è solo una delle 185 specie di uccelli migratori (metà delle quali transahariani) che, come cicogne bianche e nere, fenicotteri, rapaci, rondini e altri passeriformi, raggiungeranno l’Italia entro la primavera. Per il 34,5% di queste vige il semaforo rosso, indicante un cattivo stato di conservazione come riportato nella Guida della Lipu “Conoscerli, proteggerli”, mentre per il 33% lo stato di conservazione è inadeguato.
C’è però da rilevare che la metà delle specie migratrici a lungo raggio, le transhariane, è in cattivo stato (49%), e sta dunque decisamente peggio dei migratori del Paleartico, ossia Europa, parte dell’Asia fino agli Urali, Medio oriente e nordafrica (21% in cattivo stato)
Una su 5 infine, ossia il 26% del totale delle 185 specie, gode di buone condizioni di salute, frutto anche degli studi e dei tanti progetti di conservazione realizzati nel corso degli anni e della legislazione ambientale migliorate nel corso del tempo.
“Come ogni anno, fedeli alle loro abitudini evolutive e biologiche, gli uccelli migratori tornano tra noi – spiega Claudio Celada, direttore Area Conservazione natura della Lipu-BirdLife Italia –  Hanno già attraversato la nostra penisola molti rapaci veleggiatori, così come i limicoli, gli anatidi e gli uccelli canori, che migrano in prevalenza di notte, mentre altri stanno arrivando proprio in questi giorni, dopo un viaggio colmo di minacce vecchie e nuove che li mettono a rischio. Tra queste, la distruzione degli habitat, ostacoli antropici di varia natura, il bracconaggio e adesso anche i cambiamenti climatici, che modificano gli ambienti e alterano i cicli biologici. 
“Mai come ora – prosegue Celada –  questi viaggiatori fantastici ci richiamano alla sfida della conservazione dell’ambiente e della cooperazione internazionale. Tutelare a tutti i costi l’integrità dei nostri ecosistemi, imbastire una poderosa opera di restauro delle zone umide, very hotspot di biodiversità, cooperare per un pianeta dove le meraviglie della migrazione possano continuare per sempre, e lavorare sulla cultura della gente, che sia aperta e accogliente. Insomma, ripartire dalla creazione di una vera e propria connettività, ecologica ma anche di persone e idee. 
“Da qui il nostro appello alle istituzioni – conclude Celada – Dedichino ai temi della connettività, degli ecosistemi e in particolare delle zone umide il massimo dell’attenzione”.


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