Tutti pazzi per il Green New Deal ma il Ministro dell’Ambiente non compare nemmeno nel totonomi
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Si sa che nelle ore frenetiche della composizione di un nuovo governo, è pronosticatile tutto e il contrario di tutto. Che si avveri oppure no poco importa, quello che conta è speculare (filosoficamente inteso) sulle personalità che in questo caso, si attendono ai comandi dei dicasteri per i prossimi due anni (o almeno, tanto i più sperano). Eppure, tra un Gualtieri che potrebbe dato per riconfermato all’economia, una Bellanova che parimenti manterrebbe il proprio posto all’Agricoltura, un’ipotesi di Ministero tutto dedicato al Recovery Plan guidato da Carlo Cottarelli e una Cartabia a spodestare il vituperato Bonafede alla Giustizia, del povero Ministro dell’Ambiente nessuno si occupa. Ma come, non era che la ripartenza doveva innestare le proprie marce dal Green New Deal di “vonderleyena” memoria, che sarebbe quell’ambizioso programma tanto sbandierato, in grado di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, stimolando l’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone, avendo cura della natura e senza lasciare indietro nessuno? Evidentemente sì, ma senza tanto preoccuparsi di chi possa guidarne la strategia e orientarne gli investimenti con competenza e adeguatezza scientifica. Oppure intendiamo “azzerare le emissioni entro il 2050” trattando la questione climatica come un punto all’ordine del giorno del ministero dell’economia? Purtroppo la differenza non è solo una formalità, ma un difetto di visione che consegnerà gli unici fondi (quelli del Recovery) in grado di tutelare davvero i nostri bistrattati ecosistemi, alle solite industrie che avranno la lungimiranza di accreditarsi come sostenibili.

E in tutto questo, chi si ricorda più di quell’ex Comandante dell’ex Corpo Forestale dello Stato che – volente o nolente – è stato in grado di rimettere al centro dell’agenda politica alcuni dei temi ambientali maggiormente dibattuti? Forse, dopo il commercialista Galletti o il medico Clini, la prateria che si è spalancata di fronte a Sergio Costa era già pianeggiante e senza troppi ostacoli ma di fatto, non possiamo non ricordare che con questo Ministro è arrivata la legge “Salva Mare” che permette ai pescatori di portare a riva i rifiuti e smaltirli legalmente, che il fiume Sarno è finalmente emerso come quello più inquinato d’Europa ed è stato oggetto di interventi, controlli e sequestri. E che il decreto sull’“end of waste” ha avuto il merito di essere stato uno dei pochi provvedimenti seri sull’economia circolare, oltre che l’indimenticabile punto mantenuto a tutti i costi sulla vicenda degli orsi in Trentino.Sarà per questo che è comparsa ieri “Salviamo il ministro Costa”, una petizione lanciata su change.org con cui si chiede al presidente del Consiglio di riconfermare il ministro uscente. Già vicina alle 200 firme, è stata lanciata da Ornella Dorigatti, una delegata dell’Oipa (Organizzazione Internazionale della Protezione Animali) che aveva già avuto modo di conoscere Costa in una vicenda che riguardava l’orso Papillon a settembre scorso. 

Se il tema è chi utilizzerà i fondi del Recovery Fund, chissà se Mario Draghi, accorto uomo dell’economia globale nel pieno delle trattative tra un governo tecnicissimo e uno mezzo tecnico e mezzo politico, intenderà lasciare via Cristoforo Colombo a un ex Comandante della Forestale o renderlo una succursale di via XX Settembre. 

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