Microplastiche ad alta quota, l’abbigliamento veicola contaminanti: lo studio della ricercatrice italiana
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L’articolo, apparso nel notiziario “Lo Scarpone” del Club Alpino Italiano, traccia un quadro chiaro di quanto l’uomo – pur con azioni indirette – possa essere causa d’inquinamento degli ecosistemi di montagna.

Le microplastiche fluttuano nell’aria, cadono dal cielo e atterrano ad alta quota. Lo scorso anno, un team guidato dalla ricercatrice Deonie Allen ha registrato, sui Pirenei, la frequenza giornaliera di 365 milligrammi di microplastiche. Sull’Everest invece, sono state trovate microplastiche, per lo più microfibre nella neve, ad una concentrazione di circa 30 particelle per litro. Vicino al campo base invece, la concentrazione era più alta, circa 70 particelle per litro. Infine, anche sulle alpi occidentali (Valle d’Aosta) è stata riscontrata una concentrazione di quasi 5 particelle. Si tratta di particelle di plastica di dimensioni comprese tra i 0,0001 e i 5mm. Si possono classificare in microplastiche primarie o secondarie e mentre le prime sono prodotte dalle aziende per vari scopi (si pensi alle sfere abrasive incluse negli scrub o nelle paste dentali), le seconde invece sono il risultato della frammentazione di oggetti di plastica più grandi. I rifiuti vengono frammentati dall’azione dei raggi ultravioletti del sole o dalle onde marine, in mare. Più in generale, la presenza di microplastiche nell’aria è un fenomeno da non sottovalutare, soprattutto per i rischi per la nostra salute. Se inspirate, possono non essere eliminate facilmente, come nel caso del transito intestinale. «Per quanto riguarda le conseguenze sulla salute, il tema è stato approfondito da poco: l’inalazione di microfibre può creare tossicità e attivare una risposta immunitaria».

Microfibre ad alta quota – “In montagna le microplastiche ci arrivano attraverso il trasferimento aereo o in forma diretta: rilasciate dai capi di abbigliamento tecnici, sotto forma di microfibre. Quest’ultimi sono spesso realizzati con materiali sintetici, come poliestere, acrilico, nylon e polipropilene», spiega  la ricercatrice Martina Capriotti. Allo stesso tempo, le microfibre vengono rilasciate nell’ambiente anche attraverso gli scarichi urbani, ad ogni lavaggio dei capi di abbigliamento. Durante la normale attività di una persona (come ad esempio camminare), possono essere rilasciate nell’aria fino a 400 microfibre per grammo di tessuto, il tutto in soli 20 minuti. Esploratrice di National Geographic e socia del Cai – Val Vibrata Monti Gemelli, Capriotti è una biologa marina e ricercatrice PostDoc presso l’Università del Connecticut (USA). Sul tema, la ricercatrice ha scritto un articolo disponibile qui.

Veicoli di composti chimici – “Uno degli aspetti che studio e che mi interessa particolarmente, è la loro capacità di veicolare contaminanti chimici. I composti sono direttamente incorporati nella plastica durante il processo di produzione, altri sono presenti nell’ambiente e aderiscono alla sua superficie. Il processo è stato osservato in alcune specie marine, dove è stato registrato un accumulo di sostanze contaminanti nei tessuti», continua Capriotti.

Oltre al progressivo abbandono delle sostanze plastiche, se si pensa alla dispersione delle microfibre «una soluzione potrebbe essere quella di utilizzare dispositivi di cattura durante il lavaggio dei vestiti, come le Coraball, ad esempio. Allo stesso tempo, sono disponibili vari filtri da applicare direttamente alle lavatrici che riducono la fuoriuscita delle microfibre durante i lavaggi», spiega ancora Capriotti. «Per quanto riguarda poi, i capi di abbigliamento tecnici da montagna, è necessario sensibilizzare i produttori a utilizzare materiali ecosostenibili. Insomma, usare qualche volta di più la lana o il cotone, non sarebbe inopportuno», conclude.

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