Le luci di Bulgari che hanno assassinato l’altare della pace
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Quando un’impronta del passato viene esibita, significa che non vive più nei costumi di un popolo e che quindi, è morta assassinata. Ho sempre provato un prorompente senso di malinconia di fronte a teche ben illuminate (in questo caso con un atto di mecenatismo da parte di Bulgari) che imprigionano, mortificano e imbavagliano le idee sempre attuali di chi ci ha preceduto.

Questo sarebbe stato il luogo sacro della pace romana, votato alla prosperità di una civiltà che aveva trovato nell’ordine sociale il compimento della propria idea di stato. A un miglio esatto da qui, al pomerium, il console di rientro da una spedizione militare perdeva il comando sulle sue milizie e rientrava in possesso dei propri poteri civili. Potrebbe vivere ancora sotto il cielo azzurro della Capitale, votata nel terzo millennio ad offrire ancora il proprio servizio alla città, di fronte allo scorrere del fiume e tra la gente che corre avanti e indietro per il Lungotevere. Potrebbe ricordare a chi passa che non esiste massima autorità che possa entrare in armi dentro i confini sacri della propria città, minacciando formalmente il popolo che al suo interno si identifica e si sente al sicuro. Potrebbe ricordare che le regole sociali (politiche, amministrative e religiose insieme) impongono di riconoscere sempre il termine (latinamente inteso) di ciò che porta beneficio alla collettività e di ciò che contrariamente, espone la collettività al rischio. E che questo termine è sacro.

E invece sta lì, una miniatura soffocata da ignoranti cassettoni di acciaio bianco e migliaia di luci LED posizionate per ricordare a chi guarda lo scintillio dei gioielli dell’azienda che l’ha finanziate, che la schiacciano e le suggeriscono di rimpicciolirsi, ridimensionarsi, abdicare ad essere quello che è: la testimonianza del fatto che una società in cui prevalga l’interesse collettivo su quello particolare, non è quella che stiamo costruendo. Un’evocazione pericolosa, in tempo di oligarchia. Eppure, sappiamo che non basteranno cassettoni d’acciaio – seppur sgraziati che siano – che possano smettere di far battere il cuore delle idee. Le idee non abdicheranno mai e brilleranno anche al buio, senza i LED.

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