Federparchi: “Bene il Ministero della Transizione Ecologica, ma le aree protette non diventino accessori”
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“Quella di un Ministero della Transizione ecologica è una scelta importante. La conservazione della biodiversità non si può fare se non si incide sul sistema produttivo, sui trasporti, i rifiuti e così via. Transizione ecologica significa questo: ragionare in maniera più ampia e non considerando le aree protette come un recinto chiuso, ma come laboratori in cui sperimentare lo sviluppo sostenibile. Bene, quindi, a patto che le tematiche che a noi stanno a cuore vengano adeguatamente seguite e non diventino un accessorio. Ma ho fiducia che così non sarà”. Lo afferma in una intervista all’agenzia stampa Adnkronos Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi.

Tra le priorità da affrontare, un Pnrr da riscrivere nel segno della biodiversità e una maggiore attenzione ai parchi regionali. “Questo è un governo che nasce con un chiaro riferimento alle politiche Ue – dice Sammuri – e l’Europa ha un suo programma per la biodiversità al 2030, questo deve essere un faro europeo e italiano. Nel Pnrr Conte c’era più di qualcosa che non ci tornava: ignorava completamente la strategia sulla biodiversità al 2030, neanche mezzo riferimento, il che è clamoroso. Invece noi pensiamo che nell’ottica di ripresa e resilienza le aree protette svolgano un ruolo fondamentale. C’è necessità di migliorare alcuni aspetti normativi a costo zero e di finalizzare investimenti in chiave della strategia Ue per la biodiversità. Se il Pnrr va quasi riscritto, speriamo che lo si faccia nell’ottica di queste osservazioni.

“In Italia, – continua Sammuri – ci sono grandi differenze tra aree protette nazionali e regionali. Negli ultimi anni il Mattm, anche prima di Costa, ha praticamente ignorato le aree protette regionali che invece sono, in termini di superficie, equivalenti a quelle nazionali. Etna, Nebrodi, Delta del Po, Maremma… sono tutte aree regionali che hanno una grandissima importanza per la biodiversità e che nelle politiche del ministero sono state ignorate”. “I parchi nazionali, contrariamente a quello che spesso si dice, non hanno grandi problemi di risorse economiche, a differenza di quelli regionali, ciononostante negli ultimi anni il Mattm ha dato cospicui finanziamenti ai parchi nazionali e non ai regionali. Esisteva uno strumento bellissimo che era il piano triennale della aree protette, finanziato l’ultima volta nel 2003. Era importante perché lo Stato stanziava risorse sia per i parchi nazionali che per quelli regionali e per quelli regionali chiedeva alle regioni di fare un cofinanziamento. Era uno strumento virtuoso, e vorremmo che il Mite recuperasse una politica per tutte le aree protette, non solo nazionali

Poi, serve semplificare. “Nel decreto semplificazione – ricorda il presidente di Federparchi – si è persa una grande occasione. Lo Stato italiano impedisce ai parchi nazionali di spendere le risorse che già hanno, con norme obsolete, per l’acquisto di beni e servizi che fanno lavorare le imprese italiane”. E servono piani di monitoraggio e azioni sulle specie minacciate in Italia. “L’Italia è il primo paese Ue per biodiversità e diverse specie sono minacciate, serve un piano per ogni specie per vedere cosa si può fare per tutelarle”. Un’altra cosa da fare è “lavorare sul turismo sostenibile nelle aree protette dove si può fare turismo in maggiore sicurezza nei tempi della pandemia. Abbiamo lo strumento della Carta europea del turismo sostenibile che dà grande opportunità anche agli imprenditori, su quello andrebbe indirizzato l’intervento e il finanziamento del Pnrr”.

Capitolo governance: “nel decreto semplificazioni si è complicato il sistema dell’individuazione della governance – dice Sammuri – Prima il presidente di un parco nazionale veniva nominato d’intesa tra Mattm e presidente della regione, o delle regioni: il ministro avanzava la proposta alla regione dopo un lavoro di concertazione. Ora è stato cambiato il meccanismo: il ministro fa una terna di nomi e il presidente di regione ne sceglie uno, cosa che crea qualche problema”. Ed è stata complicata anche la questione della parità di genere. “Il decreto Semplificazione ha introdotto una cosa giusta ma inattuabile: la parità di genere all’interno dei consigli direttivi. Inapplicabile perché la composizione viene fatta attraverso 5 soggetti diversi, ognuno dei quali designa una figura, per conto suo e in maniera autonoma”.

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