Non più dal campo ma dal laboratorio: sostituzione in corso per la dieta mediterranea
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Non basta che la Dieta Mediterranea sia iscritta dall’UNESCO nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Non basta nemmeno che sia riconosciuta dalla scienza per il quinto anno consecutivo come il miglior modello alimentare al mondo per i suoi benefici sulla salute, come decretato dalla prestigiosa rivista statunitense U.S. News&World Report. L’Europa, con la strategia Farm to Fork, poteva scegliere di incidere sulla pietra, una volta e per tutte, il proprio primato planetario segnato da radici gastronomiche che vantano per lo meno due millenni. E invece ha deciso ancora una volta di destrutturare le identità locali a suon di carne sintetica, insetti che diventano snack e vino senz’alcool.

Chef, agricoltori, imprenditori e giornalisti stanno scrivendo fiumi d’inchiostro sul via libera dell’Ue alla commercializzazione delle tarme della farina, che le identifica come una “fonte di proteine a basso impatto ambientale, in grado di sostenere la transizione verde della produzione alimentare”. E non si tratta di un caso isolato: allo studio di Bruxelles c’è la una nuova regolamentazione del vino dealcolato, cioè con una quantità di alcol azzerata o molto bassa, che consentirebbe ai produttori di applicare le famose etichette di origine, come Igp e Doc, al vino senza alcol. Con buona pace della fermentazione spontanea, garanzia della naturalità del prodotto. 

“E’ la transizione ecologica, bellezza!”, direbbe Humphrey Bogart se avesse girato nel 2021 il suo “L’Ultima minaccia”. Eppure, rimane un mistero come mai la transizione ecologica dovrebbe far bene all’ambiente incentivando produzioni che nulla hanno a che vedere con le coltivazioni locali (e quindi con la filiera corta), con modelli imprenditoriali già esistenti che vanno aiutati ad uscire dalla crisi ma soprattutto, che non intercettano affatto la domanda dei consumatori, oggi decisi più che mai a mettere in tavola cibo salutare, locale e non ogm. Potremmo continuare con il ‘latte’ di piselli brevettato da Nestlè ma non lo faremo, perché la domanda sorge già spontanea: non sarà che qui è in corso il tentativo di trasferire nei laboratori la produzione dei cibi con aggiunte sintetiche, cercando di riprodurli nell’aspetto, per andare incontro agli interessi delle grandi multinazionali del food? Perché l’equazione verrebbe facile, se applicassimo poi un’unità di misura che la Francia ha già sdoganato nei propri supermercati: il Nutriscore, che ha già classificato il latte di piselli con il semaforo verdissimo di una bella “A” e il parmigiano reggiano con la reprimenda della rossissima “E”. E allora, sarebbe la condanna a morte annunciata delle nostre piccole imprese dell’agroalimentare made in Italy.

Raccogliamo l’appello del Sottosegretario alle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Gianmarco Centinaio, che alza la bandiera del Made in Italy in cucina e sul vino dealcolato, spiega: “Bene che l’Italia faccia fronte comune e le forze politiche siano unite nel respingere l’ennesimo tentativo di penalizzare il nostro agroalimentare. No a procedimenti che stravolgerebbero le caratteristiche organolettiche e comprometterebbero il legame con il territorio, che è una delle caratteristiche distintive delle nostre produzioni, come ha ricordato il ministro Patuanelli, che a fine maggio ribadirà in sede europea l’opposizione dell’Italia al recente compromesso raggiunto ad aprile. Ci sembra incomprensibile che paesi come Francia e Spagna possano aver aderito a questa proposta. È nostro dovere difendere il vino italiano da politiche che avrebbero come unica conseguenza quella di penalizzare la nostra economia, i nostri produttori e le eccellenze che fanno grande il Made in Italy in tutto il mondo”. 

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