Il bosco che avanza (troppo)
Nelle aree interne italiane il bosco avanza. Ed è spesso salutato come la natura che riprende i propri spazi. Immagine potente, che solletica una certa idea romantica del ritorno del selvatico. Ma questa narrazione, per quanto seducente, è anche profondamente incompleta. Lo spopolamento dei territori interni — quei borghi montani, collinari, rurali che da decenni vedono scendere residenti e salire l’età media — non è una buona notizia. Nè per la nostra identità culturale millenaria, né per la biodiversità. E nemmeno per l’autenticità, che diventa merce ghiotta (e artificiale) per il marketing del turismo.
Una crescita forestale che nasconde un impoverimento
Dal 1950, la superficie forestale è aumentata di oltre 3 milioni di ettari, con una crescita dovuta in gran parte all’abbandono delle terre coltivate e non a politiche di rimboschimento. Ma non si tratta di foreste vetuste e stratificate: spesso sono boschi giovani e omogenei, ecologicamente poveri, che sostituiscono habitat aperti e semi-aperti e determinano una semplificazione biologica. Difatti, secondo la FAO, circa il 20% delle specie vegetali europee minacciate si trova proprio negli ambienti agricoli tradizionali, oggi a rischio per l’abbandono.
Il paesaggio a mosaico che scompare
Si tratta di un paradosso ecologico che raramente entra nel dibattito pubblico: non tutta la natura è fatta di boschi, e non tutta la natura “che torna” è davvero natura che prospera. Le aree interne italiane sono da secoli un mosaico di habitat modellati da attività agricole e pastorali a bassa intensità: pascoli, prati stabili, muretti a secco, orti terrazzati, macchie e radure. Ambienti che ospitano una biodiversità altissima, spesso invisibile, e che dipendono dall’intervento umano per esistere.
Molte specie animali e vegetali non vivono nei boschi chiusi, ma negli spazi aperti e semi-aperti. Uccelli dei prati come l’averla o la tottavilla, orchidee spontanee, farfalle rare, impollinatori selvatici: scompaiono quando il paesaggio si chiude. Il risultato è una perdita silenziosa, ma non per questo meno grave. Stiamo assistendo a una “rinaturalizzazione passiva” che è, in realtà, una forma di erosione ecologica.
Ungulati in espansione, territori sotto pressione
E poi ci sono effetti che toccano più da vicino anche le aree urbane e agricole: l’espansione del bosco favorisce la proliferazione degli ungulati — in particolare cinghiali e cervi — che colonizzano territori sempre più vicini alle aree antropiche.
Secondo l’ISPRA, nel 2021 la popolazione di cinghiali in Italia era stimata attorno a 1,5 milioni di esemplari. Tra il 2015 e il 2021 sono stati abbattuti circa 1,8 milioni di capi, ma senza riuscire a invertire la tendenza. I danni causati all’agricoltura hanno superato i 120 milioni di euro in sette anni, con oltre 105.000 eventi di danno censiti.
In assenza di pastori, contadini e cacciatori di presidio, queste specie si moltiplicano, invadono coltivazioni, danneggiano habitat fragili e si spingono fino ai margini delle città, generando conflitti e squilibri ecologici difficili da gestire.
La biodiversità culturale che si perde
A scomparire, insieme alle persone, è anche un tipo di biodiversità culturale: le conoscenze tramandate per generazioni su come convivere con il territorio, come regolare le popolazioni selvatiche, come mantenere vivo un equilibrio dinamico tra uomo e ambiente. E non si tratta di idealizzare un ritorno al passato. Né di ostacolare processi naturali. Ma di comprendere che la conservazione della biodiversità — e della vivibilità — richiede spesso un presidio umano attivo. Lasciare che tutto si spenga, nella convinzione che la natura “faccia da sé”, è una scorciatoia retorica. Perché la natura, da sola, non basta. Serve anche una comunità che la abiti, la conosca, la curi — e che sia capace di fare da cerniera tra il selvatico e il sociale.

