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venerdì, Gennaio 16, 2026

Cucina italiana, da memoria storica ad asset commerciale: la solita formula dell’UNESCO
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La striscia

Elena Livia Pennacchioni
Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

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C’è un paradosso poco discusso quando si tratta di patrimoni culturali. Più un’identità viene codificata, più perde la propria memoria storica e la propria capacità di trasformarsi. Ovvero quella stessa capacità che le ha permesso di attraversare i secoli, pur rimanendo attualissima. La trasformazione di una tradizione in oggetto burocratico – fatto di disciplinari, di documentazione ufficiale e di definizioni rigide – può sembrare un riconoscimento, ma diventa lo strumento più efficace per immobilizzare la memoria storica di intere generazioni e interromperne la trasmissione. E quindi, sottoporre a procedura globale ciò che per secoli è stato custodito nelle cucine del Belpaese, diventa il modo migliore per sottrarre a una comunità il proprio patrimonio immateriale, trasformandolo in patrimonio materiale a disposizione del mercato. Una tradizione viva appartiene a chi la pratica e a chi le garantisce continuità. Una tradizione che diventa protocollo appartiene a chi lo amministra e, soprattutto, a chi può sfruttarlo economicamente. E se un ente esterno certifica un’identità a livello globale, si accetta questo passaggio: ciò che prima apparteneva alle genti, dopo diventa un asset commerciale.

È qui che si apre la vera questione: cosa resta alle comunità quando una tradizione viene separata dal contesto che l’ha generata? La cucina italiana vive nella memoria collettiva, nelle abitudini quotidiane e nelle trasformazioni spontanee delle persone. La sua forza è la continuità del sapere diffuso, che passa di mano in mano senza bisogno di autorizzazioni. Codificarla significa spezzare questa continuità, sostituendola con una versione amministrata che prepara il terreno alla commercializzazione. Ciò che per generazioni è stato un processo spontaneo di trasmissione culturale diventa quindi un protocollo di successo commerciale.

E, in questo passaggio, emerge il vero dato culturale. Se è vero che il multiforme mosaico delle genti d’Italia si riconosce soprattutto per i due elementi principe, che sono il dialetto e la cucina, il punto di caduta di questo tipo di operazioni diventa fin troppo evidente. I dialetti, nel giro di due generazioni, sono stati in larga parte perduti, assorbiti dalla standardizzazione linguistica e dalla pressione sociale verso un modello uniforme. La cucina resta dunque l’ultimo grande patrimonio immateriale delle comunità, l’ultima forma di identità quotidiana ancora pienamente viva. Sottoporla alla stessa logica che ha cancellato i dialetti significa esporla allo stesso destino: perdere il suo radicamento per diventare un prodotto regolato, adattabile, sostituibile.

Una tradizione sopravvive solo finché appartiene a chi la vive. Quando cessa di essere patrimonio delle comunità e diventa categoria amministrata, inevitabilmente smette di essere tradizione.

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