La Posidonia oceanica non è un dettaglio del paesaggio marino: è un’infrastruttura naturale del Mediterraneo. Stabilizza i fondali, protegge le coste dall’erosione, ospita le fasi giovanili di molte specie ittiche, produce ossigeno e immagazzina grandi quantità di carbonio. La sua distruzione è lenta ma spesso irreversibile. Un fenomeno oggetto di denuncia e monitoraggio portato avanti da Legambiente Arcipelago Toscano, che rileva come una delle principali cause di danno sia l’ancoraggio dei grandi yacht, con un impatto tecnicamente facile da prevenire. E la Francia lo sta dimostrando.
La svolta francese: regole chiare e sanzioni reali
Nel 2024 l’associazione ambientalista France Nature Environnement (sezione Provenza–Alpi–Costa Azzurra) ha documentato un cambiamento sostanziale nella tutela delle praterie di Posidonia nel Mediterraneo francese. Il punto di partenza è una normativa introdotta nel 2019 dal Prefetto marittimo del Mediterraneo, che vieta alle imbarcazioni da diporto superiori ai 24 metri di ancorare su fondali inferiori ai 40 metri, cioè nelle aree più sensibili. Per anni questa norma è rimasta in gran parte inapplicata. Dal 2024, però, una serie di sentenze ha riconosciuto esplicitamente il danno ecologico causato dagli ancoraggi illegali, rendendo la tutela finalmente efficace. Il danno non è stato considerato solo ambientale, ma anche relativo ai benefici collettivi garantiti dagli ecosistemi marini.
Il Tribunale marittimo di Marsiglia ha inflitto multe significative a yacht di grandi dimensioni ricostruendo gli ancoraggi attraverso i dati GPS di bordo. Senza interventi diretti in mare, i giudici hanno potuto accertare le violazioni e quantificare i danni, riducendo costi e tempi dei controlli.
Dalla giurisprudenza al sistema
Queste decisioni non sono rimaste casi isolati. Il riconoscimento del danno ecologico ha chiarito che le praterie di Posidonia sono un bene giuridico tutelato e che la loro distruzione comporta responsabilità concrete. L’uso sistematico dei dati di navigazione ha spostato l’asse dei controlli: la tutela non dipende più dalla probabilità di essere colti sul fatto, ma dalla certezza della sanzione.
Prevenire invece di inseguire
Alla repressione, la Francia ha affiancato una strategia di prevenzione con la realizzazione di campi boe ecologici (Zones de Mouillages et d’Équipements Légers). L’obiettivo non è allontanare le grandi imbarcazioni, ma indirizzarle verso ormeggi compatibili con la conservazione dei fondali, trasformando la tutela in un servizio organizzato e gestibile.
L’Italia come punto debole
L’applicazione rigorosa delle norme francesi ha avuto un effetto prevedibile: una parte dei grandi yacht si è spostata verso le coste italiane, dove mancano norme nazionali comparabili e le sanzioni sono spesso poco dissuasive. Nell’estate 2025 l’aumento di queste imbarcazioni è stato evidente nel nord della Sardegna e nell’Arcipelago Toscano. Nel Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena, uno dei contesti marini più delicati del Paese, la pressione è diventata insostenibile. Situazioni analoghe sono state segnalate anche all’Elba e a Giannutri da Legambiente Arcipelago Toscano.
Una scelta politica
Impedire lo scempio della Posidonia non è un problema tecnico. Le soluzioni sono note: divieti chiari per le grandi imbarcazioni, controlli basati sui dati di navigazione, sanzioni proporzionate e campi boe ecologici. La Francia dimostra che funzionano. In occasione della Giornata nazionale del Mare, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha ribadito il ruolo dell’Italia nella difesa del mare. Ma senza norme efficaci e applicate, la tutela resta un principio astratto.
È per questo che, oggi, la Francia fa scuola: non per retorica, ma perché ha dimostrato che proteggere davvero la Posidonia oceanica è possibile. La domanda che resta aperta è politica: quanto ancora l’Italia può permettersi di restare l’anello debole del Mediterraneo?

