Mentre gran parte della Lombardia torna a respirare dopo gli ultimi episodi di smog, nella cosiddetta Bassa la situazione resta critica. Dall’inizio dell’anno, secondo i dati delle centraline di ARPA Lombardia, le concentrazioni di polveri ultrafini PM2.5 non sono mai scese sotto i livelli di allarme in vaste aree rurali comprese tra Cremonese e Mantovano. Un’anomalia solo apparente, che – sostengono ambientalisti e amministratori locali – ha una spiegazione precisa: l’elevatissima densità di allevamenti intensivi.
Le mappe dell’inquinamento atmosferico e quelle della concentrazione zootecnica sembrano sovrapporsi. Da Soresina a Schivenoglia, passando per Cremona e Mantova, le aree con il maggior numero di suini e bovini allevati coincidono con quelle dove l’aria resta irrespirabile anche quando a Milano i valori rientrano nei limiti. Il nodo è l’ammoniaca: gli allevamenti e lo spandimento dei liquami rappresentano la principale fonte emissiva di questo gas, che reagendo con gli ossidi di azoto e altri inquinanti prodotti da traffico e riscaldamenti si trasforma in particolato fine.
Secondo Terra!, Essere Animali e Legambiente Lombardia, il problema è strutturale. «I cittadini sono sostanzialmente indifesi di fronte a questa fonte di inquinamento, che nei mesi invernali ristagna per settimane», denunciano le associazioni in un comunicato congiunto. Le politiche emergenziali sul traffico, spiegano, non bastano se non si interviene anche sul comparto zootecnico.
Il caso simbolo è quello di Gonzaga, comune di poco più di 8.500 abitanti che ospita quasi 60 mila animali allevati: 26 mila suini da ingrasso, 19 mila vitelli a carne bianca e 11 mila bovini da latte. In termini di “peso vivo”, il carico equivale a circa 1.500 chili di animali per ogni residente, bambini compresi. Un dato che l’amministrazione comunale giudica insostenibile per la salute pubblica e l’ambiente.
Negli ultimi mesi il Comune ha tentato di introdurre una moratoria contro nuovi insediamenti di grandi allevamenti, ma l’iniziativa si è scontrata con un vuoto normativo. Nei giorni scorsi una sentenza del Consiglio di Stato ha accolto l’istanza sospensiva presentata da un’azienda del settore, bloccando di fatto il provvedimento comunale. Una decisione che, secondo gli ambientalisti, rende evidente quanto sia difficile per i sindaci intervenire senza una legge nazionale o regionale chiara.
Particolarmente critico è l’allevamento dei vitelli a carne bianca, molto diffuso nell’area. Le condizioni di stabulazione in recinti individuali e le restrizioni alimentari imposte agli animali sono state più volte messe in discussione anche dall’EFSA, che ha segnalato i rischi per il benessere animale legati a queste pratiche.
«Nel nostro ordinamento mancano ancora norme specifiche che fissino limiti alla crescita degli allevamenti intensivi», affermano le tre associazioni. «È urgente dotarsi di riferimenti chiari che permettano agli amministratori locali di tutelare la salute dei cittadini, soprattutto in territori ad altissima densità zootecnica come la Bassa lombarda». Una proposta di legge nazionale esiste già, sottoscritta da parlamentari di diversi schieramenti, ma secondo Terra!, Essere Animali e Legambiente la Regione Lombardia – che da sola concentra circa un terzo del patrimonio zootecnico italiano – dovrebbe muoversi subito per fermare l’espansione dei mega-allevamenti.
Nel frattempo, nella pianura più produttiva del Paese, l’aria resta pesante. E con essa il conflitto tra un modello di sviluppo agricolo sempre più industriale e il diritto dei cittadini a respirare.

