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lunedì, Febbraio 9, 2026

Trattato sull’alto mare, pressing sul Governo per la ratifica: ecco cosa prevede
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Con l’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare dal 17 gennaio, la tutela degli oceani compie un passo storico. L’accordo internazionale, noto anche come BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), rappresenta il primo quadro giuridico vincolante pensato per proteggere e gestire in modo sostenibile le aree marine che si trovano al di fuori delle acque territoriali degli Stati, pari a circa due terzi degli oceani del Pianeta. Ora però l’attenzione si concentra sull’Italia: il WWF e altre organizzazioni ambientaliste chiedono al Governo di accelerare la ratifica per non indebolire il ruolo del Paese nelle politiche ambientali globali.

Perché il Trattato è importante

L’alto mare è uno degli ecosistemi più vasti e meno protetti del mondo. Attualmente, solo poco più dell’1% di queste aree è sottoposto a misure di tutela, nonostante la loro importanza cruciale per la biodiversità, la sicurezza alimentare, l’economia globale e la stabilità climatica. Gli oceani, infatti, assorbono circa il 90% del calore in eccesso generato dalle emissioni di gas serra e il 25% dell’anidride carbonica immessa in atmosfera.

Senza un coordinamento internazionale, minacce come la pesca distruttiva, l’inquinamento, il traffico marittimo, la crisi climatica e l’estrazione mineraria dai fondali profondi rischiano di compromettere irreversibilmente questi equilibri. Il Trattato nasce proprio per rispondere a queste sfide con un approccio condiviso e multilaterale.

Cosa prevede l’accordo

Il cuore del Trattato sull’alto mare è l’istituzione di un sistema globale di governance degli oceani. Tra le principali novità introdotte:

Aree marine protette internazionali: l’accordo consente di creare reti di aree marine protette in acque internazionali, un passaggio fondamentale per raggiungere l’obiettivo globale di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Valutazioni di impatto ambientale più rigorose: tutte le attività marine con potenziali effetti negativi sugli ecosistemi – dalla pesca al trasporto marittimo, dalla posa dei cavi sottomarini all’estrazione di risorse – dovranno essere sottoposte a controlli più stringenti. Cooperazione scientifica e trasparenza: il Trattato rafforza la condivisione dei dati, la ricerca scientifica internazionale e l’accesso alle informazioni, per migliorare la qualità delle decisioni politiche. Equa distribuzione dei benefici: viene introdotto il principio di una ripartizione giusta dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche marine, un tema centrale per garantire maggiore equità tra Paesi.

Il pressing delle associazioni sull’Italia

Nonostante l’Italia faccia parte della coalizione di Stati che hanno sostenuto l’accordo, il processo di ratifica non è ancora stato completato. Per questo WWF Italia, insieme a Blue Marine Foundation, ClientEarth, Greenpeace Italia, LIPU e Marevivo, ha scritto ai ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, chiedendo un’accelerazione dell’iter parlamentare.

Secondo le organizzazioni ambientaliste, il ritardo rischia di compromettere la credibilità internazionale del Paese e di ridurre la sua capacità di incidere sulle future decisioni legate alla governance degli oceani. Al contrario, una ratifica rapida permetterebbe all’Italia di giocare un ruolo di primo piano nell’attuazione del Trattato e nel raggiungimento degli obiettivi globali di tutela della biodiversità.

Una sfida globale che riguarda tutti

L’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare segna l’inizio di una nuova fase nella protezione degli oceani. Ma, come sottolinea il WWF, il successo dell’accordo dipenderà dalla volontà politica dei governi e dalla collaborazione tra istituzioni, imprese e comunità scientifica.

Per l’Italia, la ratifica non è solo un atto formale: rappresenta una scelta strategica per il futuro ambientale ed economico del Paese e un segnale concreto di impegno nella difesa del “cuore blu” del Pianeta.

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