Nel 2025 l’aria delle città italiane respira un po’ meglio. I capoluoghi che hanno superato i limiti giornalieri di PM10 scendono a 13, uno dei bilanci più positivi dell’ultimo decennio. Ma basta spostare lo sguardo di qualche anno, al 2030, perché il quadro cambi radicalmente: con i nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria, oggi oltre metà delle città italiane risulterebbe fuori legge.
È questa la fotografia restituita dal nuovo rapporto Mal’Aria di città 2026 di Legambiente, che analizza i dati sulla qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia e mette in guardia contro un ottimismo prematuro.
Nel dettaglio, nel 2025 solo 13 città hanno superato il limite dei 50 microgrammi per metro cubo di PM10 consentito per un massimo di 35 giorni l’anno. Un dato in netto miglioramento rispetto agli anni precedenti, ma che non cancella le criticità strutturali. Palermo conquista la maglia nera con 89 giorni oltre soglia, seguita da Milano, Napoli e Ragusa. Subito dietro si collocano diversi centri del Nord, a conferma di una geografia dell’inquinamento che continua a penalizzare soprattutto la Pianura Padana, ma che ormai coinvolge anche città medie e aree periferiche.
Il problema emerge con ancora più forza se si applicano ai dati attuali i nuovi limiti europei che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2030. In questo scenario, il 53% delle città non rispetterebbe il valore obiettivo per il PM10, il 73% sarebbe oltre i limiti per il PM2.5 e il 38% sforerebbe quelli per il biossido di azoto. Un allarme che si intreccia con l’ennesima procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia, questa volta per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di controllo dell’inquinamento atmosferico.
Secondo Legambiente, il miglioramento registrato nel 2025 non è il risultato di politiche strutturali solide, ma l’effetto combinato di condizioni meteorologiche favorevoli e di un lento progresso tecnologico. Un progresso che, tuttavia, procede a un ritmo insufficiente. L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni mostra che 33 città rischiano concretamente di non centrare gli obiettivi del 2030 anche mantenendo l’attuale velocità di riduzione delle emissioni. In alcuni casi, come Cremona, Lodi o Verona, le concentrazioni resterebbero ben al di sopra dei nuovi limiti, con conseguenze dirette sulla salute pubblica.
Il bacino padano si conferma l’epicentro della crisi. Qui l’inquinamento non è più solo un problema delle grandi città, ma coinvolge sempre più spesso piccoli e medi centri, dove incidono in modo significativo il riscaldamento domestico, il traffico locale e soprattutto l’allevamento intensivo. Una trasformazione che richiederebbe politiche mirate e risorse adeguate, proprio mentre – denuncia l’associazione – i fondi destinati al miglioramento della qualità dell’aria vengono ridotti.
Il messaggio che arriva dal rapporto è chiaro: abbassare la guardia ora sarebbe un errore strategico. Raggiungere i nuovi parametri europei, più severi e più vicini alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, non è solo un obbligo normativo, ma una necessità sanitaria. In Europa, nel solo 2023, l’esposizione al PM2.5 è stata associata a circa 238 mila morti premature, 43 mila delle quali in Italia, concentrate in larga parte nelle regioni del Nord.
La riduzione dello smog, insomma, è iniziata, ma resta fragile. Senza interventi strutturali su mobilità, riscaldamento, industria e agricoltura, e senza un coordinamento reale tra Stato ed enti locali, il rischio è che i timidi segnali positivi del 2025 restino un’eccezione, anziché l’inizio di una vera inversione di rotta.

