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lunedì, Maggio 18, 2026

Enea: oltre un terzo delle “palle di mare” contiene plastica
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Le “palle di mare” della Posidonia funzionano come trappole naturali di microplastiche. Uno studio ENEA rivela un’ampia contaminazione lungo la costa laziale e propone un metodo semplice ed economico per monitorare l’inquinamento marino.

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Le sfere di Posidonia oceanica, frequenti lungo le spiagge del Mediterraneo, si rivelano preziosi indicatori dell’inquinamento da microplastiche: più di una su tre contiene plastica e quasi la metà delle particelle è inferiore ai 5 millimetri. La presenza predominante di fibre sintetiche nelle aree vicine agli impianti di depurazione evidenzia chiaramente l’impatto delle attività umane sulle zone costiere.

A metterlo in luce è uno studio dell’ENEA, pubblicato sulla rivista Environments (MDPI), che ha esaminato 1300 aegagropile – note anche come “palle di mare” – raccolte in 13 siti lungo la costa laziale.

Dall’analisi emerge che il 34,9% delle sfere contiene plastica, per un totale di 1415 frammenti, con una media di poco più di tre particelle per campione. Le microplastiche (meno di 5 mm) rappresentano il 48,7% dei materiali rinvenuti, seguite da mesoplastiche (29,6%) e macroplastiche (21,9%).

Dal punto di vista morfologico prevalgono fibre e filamenti sintetici. Tra i polimeri più diffusi figurano nylon e PET (polietilene tereftalato), largamente impiegato negli imballaggi alimentari, insieme a polietilene e polipropilene.

Le analisi spettroscopiche mostrano inoltre segni di degradazione chimica, suggerendo che gran parte delle microplastiche deriva dalla frammentazione di oggetti più grandi, confermandone quindi l’origine secondaria.

Un dato particolarmente significativo riguarda la forte associazione tra la presenza di microfibre e la vicinanza agli impianti di trattamento delle acque reflue: questi sistemi non riescono infatti a trattenere completamente le fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio dei tessuti, che finiscono così in mare e si depositano sui fondali.

Come spiega la ricercatrice Patrizia Menegoni, le aegagropile si formano quando le correnti modellano i residui fibrosi della Posidonia, intrappolando detriti e plastiche presenti nei sedimenti. In questo modo funzionano come vere e proprie “trappole naturali”, capaci di concentrare le microplastiche e offrire una misura immediata dello stato di contaminazione dei fondali.

Il protocollo adottato nello studio prevede la raccolta manuale delle sfere, la loro apertura, l’analisi al microscopio e l’identificazione dei polimeri tramite tecniche standard.

Secondo Loris Pietrelli, coautore della ricerca, uno dei punti di forza del metodo è la sua replicabilità: si tratta di un sistema economico, standardizzato e facilmente applicabile su larga scala da enti e laboratori ambientali.

In un Mediterraneo tra i mari più esposti all’inquinamento plastico, le praterie di Posidonia – già cruciali per ossigenazione, stabilizzazione dei sedimenti e assorbimento di carbonio – si confermano così anche strumenti efficaci di monitoraggio ambientale, capaci di rivelare quanto la plastica sia ormai integrata negli ecosistemi marini.

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