La morte di almeno 21 lupi e di numerosi altri animali selvatici tra aprile e maggio nell’Appennino centrale ha riacceso l’attenzione sul fenomeno delle esche avvelenate, considerato dagli esperti una delle principali minacce per la fauna selvatica italiana.
Il tema è stato al centro di un incontro ospitato alla Camera dei Deputati su iniziativa della deputata Eleonora Evi, con la partecipazione delle associazioni Io non ho paura del Lupo, Salviamo L’Orso e Rewilding Apennines.
Durante il confronto è emerso come gli avvelenamenti non rappresentino episodi isolati, ma un fenomeno strutturale e diffuso sul territorio nazionale.
Secondo i dati del Portale nazionale di monitoraggio degli avvelenamenti dolosi, tra il 2009 e il 2024 in Italia sono stati registrati 16.826 animali avvelenati, una media di quasi tre casi al giorno per quindici anni consecutivi.
Particolarmente preoccupante la situazione del lupo. Secondo le associazioni, tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti morti almeno 1.639 esemplari, con un incremento costante dei casi: dai 210 registrati nel 2019 ai 449 del 2023. Oltre il 70% delle cause di mortalità documentate sarebbe direttamente o indirettamente riconducibile alle attività umane.
L’attenzione si è concentrata anche sulle conseguenze per altre specie protette. In Appennino, oltre la metà dei grifoni trovati morti sarebbe vittima di avvelenamento, spesso a causa di carcasse contaminate destinate originariamente ai lupi. Secondo i dati presentati durante l’incontro, considerando anche i casi sospetti, la percentuale potrebbe arrivare fino al 69%.
Le associazioni hanno inoltre ricordato che il veleno non colpisce soltanto la fauna selvatica. Tra le vittime figurano ogni anno anche migliaia di cani e gatti domestici, mentre le sostanze utilizzate, spesso pesticidi e fitofarmaci vietati da anni in Europa, rappresentano un potenziale rischio anche per la salute umana e per l’ambiente.
Tra i casi più frequenti continua a emergere il carbofurano, un pesticida bandito dall’Unione Europea dal 2008 ma ancora rinvenuto nelle analisi effettuate sulle carcasse di numerosi animali.
Secondo i relatori intervenuti, il recente episodio che ha colpito il territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise non può essere considerato un fatto isolato. Al contrario, rappresenterebbe un attacco diretto a uno dei principali simboli della conservazione della biodiversità italiana e alla rete di tutela costruita negli ultimi decenni attraverso ricerca scientifica, monitoraggio e lavoro sul territorio.
Tra le proposte avanzate figurano il rafforzamento dei nuclei antiveleno e delle attività investigative, l’introduzione di una normativa specifica contro l’avvelenamento doloso della fauna, campagne nazionali di sensibilizzazione, maggior sostegno alle comunità impegnate nella convivenza con i grandi carnivori e la definizione di una strategia nazionale coordinata, sul modello di quanto già avviene in Spagna.
Le associazioni chiedono inoltre che il contrasto agli avvelenamenti entri tra le priorità delle future politiche ambientali italiane e del recepimento della direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, sottolineando come la lotta alle esche avvelenate riguardi non solo la conservazione della fauna, ma anche la legalità, la sicurezza sanitaria e la protezione del patrimonio naturale del Paese.

