Se esiste un terreno sul quale il sovranismo sociale è chiamato a misurarsi, è quello alimentare. Pochi settori raccontano meglio il rapporto tra sovranità nazionale, concentrazione del potere economico e interesse delle comunità. È per questo che il nuovo concetto politico battezzato da Gianni Alemanno merita una riflessione che va oltre la questione carceraria, dalla quale inevitabilmente prende le mosse.
Con la prima intervista rilasciata dopo la scarcerazione del 24 giugno, al termine di diciotto mesi di detenzione e dopo i 63, ormai celeberrimi, “Diari di cella”, Alemanno ha spiegato di voler mettere a disposizione «la mia esperienza, la mia capacità di fare analisi politica e di dare prospettive». E ha indicato una direzione: «In Italia c’è disagio sociale, identitario. Noi dobbiamo unire la destra sociale al sovranismo identitario, dobbiamo costruire un sovranismo sociale».
La prima applicazione concreta di questa idea è la battaglia contro il sovraffollamento delle carceri, maturata durante la detenzione a Rebibbia. Una priorità comprensibile. E, ospite di Omnibus, Alemanno ha aggiunto un principio destinato ad andare oltre la questione penitenziaria: «Laddove c’è un’emergenza democratica, la battaglia deve essere trasversale, con chiunque voglia condurla».
Se esiste allora un settore nel quale il tema della concentrazione del potere economico assume un valore strategico, è proprio quello agroalimentare. La questione non riguarda soltanto gli OGM o le nuove tecniche genomiche, ma il rischio che il controllo delle sementi, dei brevetti e dell’innovazione genetica si concentri progressivamente nelle mani di un numero sempre più ristretto di grandi gruppi multinazionali, a discapito della piccola e media impresa che costituisce – con enormi difficoltà – l’ossatura dell’agricoltura italiana ed europea. È qui che la sovranità alimentare diventa una questione politica: chi controlla il primo anello della filiera agricola finisce inevitabilmente per esercitare un’influenza crescente sull’intero sistema alimentare. Soprattutto su quello virtuoso, che tiene conto dell’ambiente in cui opera oltre che del profitto.
Se quella del sovranismo sociale, scevro da ogni pregiudizio ideologico, è la cornice politica dentro cui Alemanno intende collocare la propria iniziativa, vale la pena ricordare che lui stesso, da ministro delle Politiche agricole, aveva già sperimentato cosa significhi costruire una battaglia trasversale. L’opposizione agli OGM non fu una semplice presa di posizione tecnica ma fu una scelta politica. Per anni rappresentò uno dei principali cavalli di battaglia del centrodestra e Alemanno la condusse in prima linea e con convinzione. Sospese le sperimentazioni negli istituti del Ministero, difese il principio di precauzione, sostenne le Regioni che si dichiaravano “OGM free” e arrivò allo scontro con una parte dello stesso Governo Berlusconi pur di difendere un modello agricolo fondato sulla biodiversità, sulla qualità delle produzioni e sull’autonomia degli agricoltori. Da allora, però, la politica italiana è cambiata.
Paradossalmente, il centrodestra ha mutuato lo slogan della sovranità alimentare fino a farlo entrare nella denominazione del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, guidato da Francesco Lollobrigida. Ma, mentre faceva propria quella formula, abbandonava la battaglia combattuta, quella che più di ogni altra l’aveva resa concreta contro gli OGM. Fino ad oggi, arrivando a sostenere in sede europea il percorso che ha portato alla deregolamentazione delle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), approvata definitivamente dal Parlamento europeo il 18 giugno, segnando una netta discontinuità con quella stagione politica che aveva visto la destra italiana fare della contrarietà agli OGM uno dei suoi tratti identitari.
Una cesura politica che rende ancora più interessante rileggere il Diario di cella n. 59 di Gianni Alemanno, dedicato a Carlo Petrini.
Raccontando il progetto di realizzare un orto comunitario nel carcere di Rebibbia insieme a Slow Food, l’ex Ministro dell’Agricoltura ricorda gli anni in cui nacque «una bella alleanza trasversale» con Carlo Petrini, Slow Food, Coldiretti, Legambiente e forze politiche di destra e di sinistra «per difendere l’agroalimentare italiano dagli attacchi delle multinazionali del cibo industriale e degli OGM applicati all’alimentazione». Un’alleanza che, scrive, riuscì a prevalere sugli interessi delle multinazionali e sulle pressioni del Governo degli Stati Uniti. E la dimostrazione che Alemanno individua proprio in quella stagione uno degli esempi più riusciti di quella “battaglia trasversale” che oggi torna a evocare parlando di sovranismo sociale. Del resto, l’idea di unire mondi diversi attorno a un interesse nazionale era già tutta lì: Slow Food, Coldiretti, Legambiente, associazionismo e politica, destra e sinistra, insieme per difendere un modello di agricoltura italiano.
L’approvazione definitiva del nuovo quadro europeo sulle Nuove Tecniche Genomiche apre ora una fase completamente diversa. Cambiano gli strumenti, ma non la posta in gioco. Anzi, si amplia. Insieme alla crescente concentrazione dei brevetti e del controllo delle sementi nelle mani di pochi grandi gruppi, resta aperta anche la questione dell’impatto sugli ecosistemi: una volta introdotte nell’ambiente, modifiche genetiche di questo tipo non possono essere richiamate indietro e i loro effetti nel lungo periodo non sono pienamente prevedibili. È su questo terreno che la battaglia contro gli OGM si trasforma oggi in una più ampia riflessione sulla sovranità alimentare. È qui che il sovranismo sociale incontra il suo banco di prova, perché oggi gli OGM si chiamano NGT, ma la questione politica è rimasta identica: chi controlla il seme, prima o poi, finisce per controllare anche il cibo.
Se il sovranismo sociale nasce davvero per contrastare la concentrazione del potere economico e restituire centralità alle comunità, difficilmente si potrà considerare questa una battaglia secondaria.

