Giornata Mondiale dell’Acqua, provochiamo danni dalla sorgente al mare
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Elena Livia Pennacchioni
Vedo il mondo da 1 metro e 60, l'altezza al garrese del mio Attila. Sono l'addetta stampa della biodiversità, romana di nascita e veronese d'adozione, ma con il cuore ha in Umbria. Scrivo di animali, piante e qualche volta di come l'uomo riesce a salvarli!

Il 22 marzo è la Giornata Mondiale dell’Acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 e giunta dunque al 27esimo anno di celebrazioni. Sappiamo che quella idrica è una risorsa finita e non infinita, ma abbiamo iniziato a dedicarle attenzione solo negli ultimi anni, impauriti dai danni che l’impatto umano sta avendo sull’ecosistema naturale.
Oggi è il Club Alpino Italiano a centrare il dibattito proprio sulla gestione degli ecosistemi ad opera dell’uomo, la quale si riflette direttamente sullo stato di salute di tutti i bacini idrici: “Il ciclo dell’acqua – spiega il Presidente della commissione centrale tutela ambiente montano del CAI Filippo Di Donato – è una risorsa della natura indispensabile alla vita, un processo biofisico nel quale montagna e mare svolgono una funzione determinante e il cui funzionamento va compreso e gestito in modo sostenibile. Ma sia l’acqua dolce sia l’acqua salata risultano oggi inquinate o a grave rischio di inquinamento, perchè il mancato accesso all’acqua è determinato sempre di più dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici e dall’accaparramento di risorse naturali”.

Non solo e non tanto una questione di natura economica dunque, che sbarrerebbe l’accesso alle fonti e impedirebbe i processi di potabilità dell’acqua: è un problema di gestione del territorio e di mantenimento degli ecosistemi da parte dell’uomo.
“L’acqua – prosegue Di Donato – sgorga pura dalle sorgenti di montagna ma viene progressivamente contaminata da reflui e scarti industriali o da altre attività dell’uomo”. Ed è il caso del Fiume Sangro, con il dibattito sul depuratore di Pescasseroli, e il Fiume Pescara, con la discarica di Bussi Officine sulle Gole di Popoli. “Sia le acque di superficie che quelle sotterranee sono a rischio. Il Gran Sasso d’Italia celava e proteggeva un immenso bacino acquifero che continua a dissetare 700.000 persone distribuite sulle tre province di Teramo, L’Aquila e Pescara, oggi reso vulnerabile dalla realizzazione al suo interno di un doppio tunnel autostradale di 10 km e di un laboratorio di fisica nucleare composto da tre grandi caverne. Ci sono poi le acque sotterranee delle Alpi Apuane, in Toscana, esposte all’inquinamento dalle cave che stanno distruggendo irreversibilmente quelle montagne irripetibili, affacciate sul Tirreno”.
Ma l’inquinamento dei corsi non è l’unico problema in capo alle attività umane, c’è anche quello legato alla costruzione di infrastrutture in aree naturali a scopi energetici: “Non possiamo assistere inermi al saccheggio dei corsi d’acqua in quota – prosegue Di Donato – con le montagne disseminate di piccoli impianti idroelettrici frutto di una politica degli incentivi che induce a drenare l’impossibile, con opere impattanti da subito e destinate a diventare nel tempo relitti”.
Anche per l’acqua dunque, si verifica dunque quello che già sapevamo essere in atto da tempo: un sistematico assalto agli equilibri naturali, che l’uomo ritiene di poter forzare fino al punto di gestirli totalmente e ottimizzarne il profitto. Poi, si accorge che è troppo tardi.

Per far comprendere la circolarità di questi fenomeni e l’importanza della tutela degli ecosistemi, anche quest’anno il Club alpino italiano organizza eventi in varie regioni, in concomitanza con la Giornata Mondiale del 22 marzo

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