Ornitologia, quando la ricerca fa rima con il canto degli uccelli

La rondine filo conduttore dell’itinerario artistico; l’airone guardabuoi dall’Isola del Trasimeno ha svernato fra i fabbricati.

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Roma – Nel 1601 esce a Roma, col “privilegio” di Papa Clemente VIII, “Il canto de gli augelli, opera nuova di Antonio Valli da Todi, dove si dichiara la natura di sessanta sorte di uccelli, che cantano per esperienza, e diligenza fatta più volte. Con il modo di pigliarli con facilità, e alleuarli, cibarli, domesticarli, ammaestrarli… Con le loro figure, e vinti sorte di cacie, cauate dal naturale da Antonio Tempesti…

Senza dubbio il più antico trattato di ornitologia, in un’edizione di 120 esemplari numerati. Tratta la distribuzione degli uccelli in Italia e studia la relazione tra il canto degli uccelli e il loro territorio, la caccia e le relative ricette di cucina. Con illustrazioni e disegni di Antonio Tempesta ed altri artisti accreditati presso la corte papale.

Alla fine di gennaio del 2007 un gruppetto di laureati in scienze naturali e di ornitologi costituiscono il Centro di Studi Ornitologici Antonio Valli da Todi. Con l’intento di sviluppare e diffondere solide conoscenze biologiche per la vita e la conservazione dell’avifauna nell’Italia Centrale, con particolare riferimento alla media valle del Tevere. Il presidente è Daniele Iavicoli, laurea in Scienze naturali, e con alle spalle diversi incarichi di studio e consulenze.

Presidente, le ultime osservazioni sulla “popolazione” della valle del Tevere?   “Mai come nell’inverno appena trascorso si sono visti così tanti Aironi guardabuoi   in questa parte della piana del Tevere”.

E infatti, approdata in Italia per la prima volta nel 1985 in Sardegna, la specie si è diffusa in altre aree della Penisola, principalmente nella Pianura Padana. La prima segnalazione dell’Airone guardabuoi (Bubulcus ibis) in Umbria risale al 1996, mentre la prima nidificazione viene segnalata nel 2001.
Nel 2008 in Provincia di Perugia l’unico sito di nidificazione era l’Isola Minore al Lago Trasimeno ed ospitava 41 coppie.
In Provincia di Terni la specie nidifica nella valle del Paglia e nel bacino artificiale di Alviano; dai capanni dell’Oasi è possibile osservarli e fotografarli comodamente.
L’espansione delle specie è favorita anche dalla sua capacità di adattarsi all’ambiente antropizzato, ed utilizzare per la nidificazione zone artificiali di modeste dimensioni, come le aree destinate all’estrazione di inerti. Abituato a non temere l’uomo è “abbastanza confidente” da frequentare anche gli ambienti urbanizzati, dove si alimenta senza essere disturbato dall’attività venatoria “.

Recentemente il Centro Studi ha posto in rete il progetto “ Una rondine non fa primavera”. Di che si tratta?                                                                                “Prima di tutto di far conoscere la differenza fra rondini, balestrucci e specie simili (un errore che spesso avviene anche sul web) ed a tale scopo abbiamo scritto un opuscolo che si può e scaricare in rete. Poi abbiamo indetto un censimento invitando tutti gli amici della rete ad inviarci le osservazioni sul comportamento di questi uccelli attorno ai fabbricati prossimi alla quotidianità di ognuno; come la data di arrivo, il numero di individui, il numero di nidi attivi e quelli abbandonati, la data di partenza. Infine domenica 8 aprile abbiamo presentato “ Le voci delle rondini”, pubblicazione con disegni e foto originali realizzati dai soci del Centro Studi. E’ un invito ad incontrare la natura e l’arte custodita “nel” e “dal” territorio umbro”. E in Umbria, ma non solo, la rondine può considerarsi il filo conduttore di un itinerario artistico e naturalistico proposto e tutto da scoprire”.

Può anticiparci qualche progetto futuro?                                                        “Ripetere lezioni di ornitologia per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, organizzare nuove escursioni alla scoperta di nidi e siti dell’Italia centrale dove ambiente ed arte costituiscono un unicum da difendere e rivalutare”.

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