Agricoltura biologica, avanguardista e tecnologica: “Ma è assente dal PNRR”
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Sicuramente il movimento del biologico è sempre stato innovativo, addirittura avanguardistico. Proprio perché la tecnica colturale del biologico ha in se il principio che è meglio prevenire che curare gli agricoltori e i tecnici che si occupano di bio devono posizionarsi avanti rispetto al problema. L’azienda bio deve essere immaginata, pensata e progettata biologica e chi parte da realtà in conversione deve fare sforzi importanti per adattarsi a un altro modello di agricoltura. Infatti il bio prevede un altro modello di agricoltura. Se non si vuole procedere con l’agricoltura di sostituzione [modello perdente], è necessario innovare: negli approcci, nelle tecniche di coltivazione, nel rapporto con gli animali. Insomma, il biologico non è l’agricoltura del nonno, tutt’altro. Per questo i giovani sono fondamentali, soprattutto se  portano idee e tecnologie declinate per l’ambiente e non finalizzate semplicemente alla massimizzazione del profitto/rese a tutti costi. 

La tecnologia è però qualcosa su cui porre attenzione: l’innovazione aziendale deve infatti tener presente che l’azienda agricola è un sistema complesso dove moltissimi fattori della produzione entrano in gioco e interagiscono tra loro.  Semplificare sarebbe un errore, anzi forse è stato l’errore più grande dei processi agricoli degli ultimi 60 anni. In questo momento storico ad esempio stiamo assistendo a un processo di banalizzazione dell’agricoltura molto grave. La strategia F2F (Farm to Fork) si è posta obiettivi ambiziosi per la riduzione dei fitofarmaci e dei concimi. Di contro, la risposta che alcune organizzazioni vorrebbero dare è la deregolamentazione delle NBT – New Breeding Techniques o TEA – Tecniche di Evoluzioni Assistita – cioè di fatto la deregolamentazione degli OGM. Questo perché alla riduzione di un principio attivo si vuole rispondere con una modifica genetica per aumentare la tolleranza, una modalità obsoleta ed errata che non farebbe altro che creare ulteriori resistenze e specializzazioni di parassitoidi che richiederebbero ulteriori principi attivi e così via. Tralascio poi il problema della proprietà intellettuale dei semi che aprirebbe un lungo dibattito.

Per questi motivi quando parliamo di tecnologia dobbiamo necessariamente parlare di Ricerca. L’innovazione deve provenire da una ricerca partecipata fatta con le aziende e non sulle aziende, pensata per il biologico e non sul biologico. Ecco, per quello che riguarda la Ricerca sul bio l’Italia è estremamente in ritardo, i bandi sono rimasti fermi per anni e solo di recente ne è stato attivato uno. Se davvero vogliamo essere leader in Europa per SAU (Superficie Agricola Utilizzata) e per qualità di produzione dobbiamo assolutamente rilanciare la ricerca. Inoltre è necessario che anche la tecnologia sia accessibile alle aziende. Per questo motivo la ricerca deve essere pubblica, perché se gli strumenti e le macchine per brevetti o royalties arrivano ad avere un valore inaccessibile per le aziende medio/piccole, che sono la stragrande maggioranza di quelle italiane, non si aiuta certo il settore.

Di questa visione strategica nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) non c’è traccia, ma vi si legge solo di una transizione ecologica declinata in termini energetici e di rifiuti. In particolare sull’agricoltura viene scaricata la responsabilità energetica dell’approvvigionamento da energie rinnovabili. Cosa semplicemente inaccettabile. Ritengo quasi superfluo il ragionamento sulle centrali a biomasse, produrre cibo da bruciare va da sé che non è pensabile. Oltretutto la produzione spinta di biomasse richiederebbe estensioni proibitive per l’Italia e tecniche colturali altamente intensive sia per l’uso di input che per consumo idrico. Quindi veramente un grave errore. L’agricoltura, soprattutto quella intensiva, ha delle responsabilità ben precise nell’emissione di gas serra e il nostro contributo non è il fotovoltaico sulla stalla, ma il cambio del modello di allevamento, così come non è il pannello sopra l’annesso agricolo che contiene glifosate, ma è l’applicazione e la difesa della biodiversità.

Ci tengo a precisare, e mi sembra sfuggito al legislatore, che il ruolo primario dell’agricoltura è la produzione di cibo. Questo è fondamentale tanto più in un momento difficile come quello che stiamo vivendo. Tutti abbiamo applaudito alla tenuta del settore durante i tragici mesi scorsi. Ma è il caso di ricordare che il settore durante la pandemia si è occupato di produrre cibo non energia. In questo momento socio economico così drammatico e in una fase in cui probabilmente le disparità sociali aumenteranno abbiamo bisogno di produrre cibo di qualità, garantito e accessibile a tutti, soprattutto a chi dalla pandemia uscirà in difficoltà. Si tratta di un investimento sulla salute della popolazione e sul futuro di tutti. Le mense scolastiche e la ristorazione ospedaliera potrebbero essere per molti soggetti fragili anche l’unico pasto garantito. E’nostra precisa responsabilità garantire che quel cibo sia di qualità.

Gli obiettivi sfidanti che abbiamo davanti come settore riguardano la lotta ai cambiamenti climatici, l’interazione crescente con la società civile, la creazione di nuovi mercati e personalmente auspico anche un aumento dei conferimenti bio nella ristorazione collettiva pubblica e privata. Quello che ho in mente è un futuro dell’agricoltura e non solo delle aziende.  La dimensione aziendale, con i suoi confini, è superata, oggi l’agricoltura è territorio, paesaggio, cittadinanza, cultura, formazione, condivisione, socializzazione. Lo dimostra l’esperienza dei biodistretti che portano la firma di AIAB fin dalla loro nascita e che stanno prendendo sempre più piede su tutto il territorio. L’agricoltura, insomma, è un po’ di tutti perché entra nelle nostre vite, nel nostro quotidiano, è un bene comune. Le aziende moderne, che vogliono proiettarsi nel futuro, non potranno non tenere conto di tutto questo. 

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