Follie alimentari e sindrome autolesiva, dalla Francia attacco all’extravergine
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Unaprol protesta e minaccia denunce, ma i prezzi continuano a volare, come i “Ritiri e Richiami ministeriali”: salmonella nel salame, listeria nel pesce, esterichia coli nella farina, ossido di etilene nella pasta ed un po’ dappertutto

Roma – In Francia diverse catene di fast food hanno adottato il sistema di etichettatura Nutri-Score  cioè a semaforo: le patatine fritte, bollo verde, sarebbero più salutari dell’olio extravergine d’oliva dato in codice rosso. Veramente Il Fatto Alimentare aveva già reso pubblica l’adozione di questa etichettatura da parte di MacDonald’s, quindi la notizia non sarebbe recentissima. Ma ieri intorno a mezzogiorno l’Ansa l’ha rilanciata aggiornandola con l’aggiunta che: “Diverse catene di fast food in Francia hanno adottato l’etichetta a semaforo, indicando come le patatine fritte sarebbero più salutari di un cucchiaio di olio extra vergine d’oliva” ed  ha provocato proteste e scompiglio in tutte le redazioni, Corriere della Sera compreso. Per Unaprol sarebbe “l’ultima follia del Nutri-Score”: l’apporto di grassi di un panino ripieno di carne e salse varie, afferma il Consorzio, vale il semaforo giallo (lettera C) come l’extravergine d’oliva, mentre le patatine fritte il verde e una lettera B.

Il fenomeno diventa preoccupante solo perché l’extravergine d’oliva per l’uomo avrebbe lo stesso valore di un hamburger molto farcito? David Granieri, Presidente di Unaprol, sollecita il ministro Stefano Patuanelli ed i parlamentari italiani di Bruxelles “a combattere strenuamente questo sistema ideato solo per danneggiare l’Italia e i suoi prodotti più importanti… E’ una situazione inaccettabile, un vero e proprio attacco organizzato, non possiamo accettare che venga così svilito un prodotto, unanimemente considerato un farmaco naturale per le sue qualità antinfiammatorie e antiossidanti”.

Già, è impensabile accettarlo presidente Granieri! Ma allora perchè non stupirsi anche che fin da sempre nei punti vendita, specialmente della grande distribuzione, questo nostro oro liquido “equiparabile ad un farmaco” viene posto in vendita a prezzi ridicoli? All’inizio del 2020 Il Fatto Alimentare aveva segnalato il fenomeno titolando: “Olio extravergine di oliva: una petizione per vietare la vendita sottocosto nei supermercati. L’illusione del cibo a basso costo”. E dava ampio spazio all’iniziativa della prof.Maria Lisa Clodoveo, dell’interdisciplinare di medicina dell’Università di Bari, che aveva appena lanciato la petizione “Stop all’olio extravergine di oliva come prodotto civetta dei supermercati. Proprio con l’obiettivo di vietarne la vendita sottocosto”.

E’ successo qualcosa dopo? Sono state prese delle contromisure? E come limitarci a rimproverare i nostri cugini francesi che, forti del mito della loro grandezza, non ci stanno al sorpasso in cucina? Non sarebbe forse opportuno recitare anche qualche mea culpa? E ricordare che negli ultimi sei mesi di quest’anno richiami e ritiri di prodotti alimentari da parte del Ministero della Salute e di aziende hanno alimentato un lungo elenco? Più numeroso di un bollettino di guerra. Si inizia con i gelati e la pasticceria per arrivare ai sughi surgelati con sempre in primo piano la pasta che ora va bandita perfino “alla carbonara”  ed “ai quattro formaggi”. Grazie ai soliti ingredienti: salmonella nel salame, listeria nel pesce, esterichia coli nella farina, ossido di etilene nella pasta ed un po’ dappertutto; con abbondanti spruzzate di conservante vario in eccesso.

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