Lombardia, 2300 ettari di serre: “Far west dell’agricoltura lombarda”
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Legambiente: “Serve un tavolo di regia che rimetta ordine in quello che è diventato un vero e proprio Far West dell’agricoltura lombarda”: presentato il dossier “Il settore delle serre fisse e mobili in Regione Lombardia: le ragioni di un’urgente riforma complessiva”

In Lombardia oltre 2300 ettari di terreno agricolo sono ricoperti da serre. Nei soli territori delle province di Mantova e Bergamo i numeri sono impressionanti: rispettivamente 968 e 800 ettari. Martinengo, in provincia di Bergamo, è tra i Comuni con la maggiore estensione di serre della Lombardia. Il paese rappresenta una condizione esemplare del fenomeno, esteso su tutta la regione, e sottolinea la gravità dell’assenza di un registro che censisca l’effettiva estensione delle coltivazioni, in costante crescita.
«L’impianto legislativo regionale, per come è attualmente, ha consentito nel tempo una modifica esasperata e incontrollata del paesaggio – dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia –. È necessario che vengano stabiliti rapporti di copertura per le serre, sia fisse che stagionali e temporanee, fondati sulla valutazione della capacità di carico sostenibile del territorio e sugli impatti ambientali delle serre esistenti e di quelle potenzialmente insediabili. Serve dunque un tavolo di regia che rimetta ordine in quello che è diventato un vero e proprio Far West dell’agricoltura lombarda».

In Regione Lombardia le serre fisse e le serre mobili, infatti, sono soggette a due differenti discipline normative, ma con forti lacune dal punto di vista delle specifiche per una definizione corretta dell’impiego di tali strutture. Il decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 222 ha stabilito che le serre mobili stagionali senza strutture in muratura sono da assoggettare al regime di edilizia libera, pertanto Oggi un imprenditore agricolo può semplicemente notificare al Comune la conversione del terreno agricolo a coltura in serra, senza avere bisogno di concessioni. In seguito la delibera 7117/2017 ha aggiunto che i rapporti di copertura massimi possono raggiungere il 70% della superficie aziendale per le serre stagionali, il 60% per le serre temporanee.
Gli impatti dell’agricoltura intensiva in serra sono molteplici e si declinano sia sul piano ambientale che su quello economico-sociale. La struttura delle serre, con sue le coperture in materiali plastici, rende impermeabile ettari di terreno agricolo, rendendolo esposto a rischio idrogeologico in caso di forti fenomeni atmosferici. In alcune zone si tratta di concentrazioni tali da non poter distinguere dove inizia un appezzamento e dove finisce un altro, spesso adiacenti all’abitato: una condizione potenzialmente pericolosa. Le tipologie privilegiate, la cosiddetta quarta gamma, sono ortaggi a rapido ciclo, come per esempio le insalate, per le quali si arriva fino a 13 cicli annui in serra. Per consentire un complesso produttivo così intensivo, le coltivazioni sono sottoposte all’uso di pesticidi, antiparassitari e antimicotici ad ogni ciclo, un vero bombardamento chimico nel terreno. La conversione al biologico in serra, infatti, rappresenta una percentuale molto esigua ad oggi, prediligendo un sistema il cui prodotto finale è destinato all’avvio al supermercato, dove i prezzi di vendita vengono stabiliti dalla GDO e i ricavi per i coltivatori sono risicati. Per garantire la sostenibilità economica, quindi, sono necessarie estensioni territoriali enormi e il ricorso a manodopera non qualificata, spesso sottopagati. Come nel caso di Telgate, dove un’intera comunità indiana e pachistana lavora nelle serre, e in paese si è andato costituendo un ghetto etnico vero e proprio. Anche il valore delle case risente dall’impatto di questo tipo di colture: il degrado ambientale e paesaggistico è stato quantificato in una perdita di circa il 30% del valore degli immobili nei comuni maggiormente interessati dal fenomeno.

«Ci chiediamo se in una regione che si fregia di essere tra le più evolute, qual è la Lombardia, sia accettabile un sistema normativo che lascia al produttore l’arbitrio di scegliere processi produttivi così insostenibili, senza alcuna programmazione, senza equilibro. Il rischio concreto è di ritrovarsi in tempi brevi in scenari aberranti come a Gela, Ragusa, nella Piana del Sele, Almeria in Spagna e Rotterdam, con distese di strutture impattanti e tonnellate di cellophane a ricoprire il terreno» sottolinea Paolo Falbo, presidente del circolo Legambiente Oglio-Serio.

Nel dossier “Il settore delle serre fisse e mobili in Regione Lombardia: le ragioni di una (urgente) riforma complessiva”, presentato in conferenza stampa a Bergamo, si evidenziano i vizi normativi e gli interventi necessari, per evitare situazioni come quelle ben descritte nelle immagini aeree presenti nel documento redatto da Paolo Falbo e Fabio Turani. Alla conferenza stampa erano presenti la presidente di Legambiente Lombardia Barbara Meggetto, il responsabile scientifico di Legambiente Lombardia Damiano Di Simine, il presidente del circolo Legambiente Oglio-Serio Paolo Falbo, il consigliere comunale di Telgate e socio del circolo Legambiente Valcalepio Fabio Turani, Edoardo Bano del circolo Legambiente Oglio Serio e Patrizio Dolcini del circolo Legambiente Lomellina.
I destinatari delle proposte avanzate dall’associazione ambientalista sono Regione Lombardia, in qualità di organo legislatore perché venga riordinato il sistema normativo andando a colmare le lacune esistenti in particolare sulla definizione di serre fisse e temporanee, e i Comuni lombardi, perché effettuino un censimento di tutte le superfici coperte e aggiornino lo strumento di pianificazione urbanistico, riducendo i rapporti di copertura (attualmente al 40% della superficie aziendale) ad una percentuale basata su una valutazione ambientale approfondita.

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